Io, sopravvissuto alla shoah

Io, sopravvissuto alla shoah

22 Feb 2018 0 Di il cosmo

«Se osserviamo bene la società di oggi è possibile notare la presenza di ciò che accadde anni fa con gli ebrei». Potrebbe apparire come un’affermazione forte, a cui difficilmente credere. Ma se a dirla è chi la violenza e la discriminazione l’ha vissuta sulla sua pelle, allora il rimando al presente non è più così assurdo.
Thomas Gazit ha 83 anni, è ungherese, è ebreo ed è un sopravvissuto alla Shoah, di cui abbiamo visto scorrere immagini alla televisione, letto storie sui giornali, «ma nessuno può davvero comprendere cosa significhi assistere allo sterminio di persone tra le quali potresti anche esserci tu». Shoah è un termine ebraico che significa “tempesta devastante”, come scritto sulla Bibbia. E “tempesta devastante” è anche la descrizione di ciò che è accaduto all’esistenza di chi ha vissuto la seconda guerra mondiale. Da ebreo.
Thomas aveva tra i 12 e i 14 anni, non ricorda bene. La sua preoccupazione, ai tempi, era che la “Stella di David” fosse ben fissata al petto, cucita perfettamente, mentre a piedi si avviava verso la scuola: «Poteva capitare che i poliziotti ci fermassero per controllare che non si staccasse minimamente dalla maglietta». Marchiati, riconoscibili. Era l’aprile del 1944 quando i tedeschi entrarono in Ungheria. «Si ascoltava il rombo dei cannoni tutti i giorni, tutto il giorno, e il rumore degli aerei nel cielo… Costantemente».
La salvezza di Thomas è da ricercarsi in quella che il mondo conosce come “Glass House” ma che l’83enne chiama molto più semplicemente Casa di Vetro, una ex fabbrica di vetro nel cuore di Budapest: era un edificio adatto al numero di dipendenti, non più di 35 persone. Eppure nella Casa di Vetro rimasero nascosti circa 3mila ebrei. Tra cui Thomas.
«Ricordo bene il giorno in cui un “finto” poliziotto venne a prenderci a casa… L’unico a sapere come stavano le cose era il mio papà, che ci diceva infatti di obbedire al “poliziotto”. Fece finta di arrestarci e, invece, ci lasciò a pochi metri dalla Casa di Vetro. Non furono facili gli anni all’interno della Casa – racconta Thomas -. Oso però dire che mi sento molto più fortunato di altri ebrei, come coloro che furono deportati ad Auschwitz. Seppur poco, a noi non mancava mai il cibo. È vero, vivevamo in condizioni igienico sanitarie pietose… Ma in qualche modo c’era sempre qualcuno che ci aiutava. Che ci ha salvati. Quando mi chiedono cosa significa vivere un’esperienza del genere io rispondo sempre alla stessa maniera: significa essere felici ogni sera di non essere morti. Ma non avere comunque la consapevolezza di essere vivi l’indomani. Non esistono certezze, progetti. Non esiste nemmeno la speranza».
Nelle piccole pause tra un discorso e l’altro, Thomas rimane in silenzio: sembra sforzarsi di mettere insieme così tanti ricordi da non sapere da dove iniziare a raccontare.
«È difficile cercare di riassumere. È difficile anche ricordare con precisione… Anni, giorni. È una vita fatta di episodi e fotogrammi quella che ogni volta cerco di tramandare. Mi sembra fosse il 1949 quando riuscii a uscire dall’Ungheria, clandestinamente, grazie all’aiuto di alcune organizzazioni sionistiche. Avevo 17 anni. In realtà non sapevo dove ci stessero portando, ma ne ricordo le tappe: Bratislava e poi Bari, dove iniziò il viaggio verso, appunto, Israele. Con una nave che con noi fece l’ultimo viaggio, prima di essere demolita…». Dettagli. Thomas ricorda addirittura alcune barzellette che si raccontavano all’epoca. «È vero, ho dimenticato tante cose ma altre, all’apparenza insignificanti, mi sono rimaste dentro…».
Israele. La Terra Promessa, la madre dell’ebraismo. Il paese in cui Thomas inizia una nuova vita, costruendo tutto da zero, ricucendo i pezzi di un’esistenza ormai segnata per sempre. «Finalmente avevo una realtà: una realtà che si basava su qualcosa di concreto: sogni, obiettivi. Si poteva iniziare a pensare al domani. Il domani iniziava a esistere. In Israele ho lavorato nell’esercito per molti anni: nel 1968 feci la mia prima vacanza in Italia a Novara, dove vivevano già alcuni parenti e conoscenti. L’anno successivo mi trasferii definitivamente».
In Italia Thomas inizia la sua carriera da imprenditore, apprezzato e richiesto da numerose persone.
C’è un principio a cui l’83enne è affezionato: quello della memoria: «Nella Bibbia c’è un verso che invita le generazioni a non sottrarsi al dovere di raccontare e raccontare… e ancora raccontare. Ecco, non bisogna mai smettere di tramandare quanto è successo. Specialmente ai più giovani. La storia si ripete, sempre. Come dicevo, ancora oggi persistono violenza e discriminazione. Ecco perché – conclude Gazit – è importante conoscere il passato: perché solo tramite esso possiamo capire davvero il presente».

di Sabrina Falanga

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