Sanremo, dice NO al terrorismo

Sanremo, dice NO al terrorismo

22 Febbraio 2018 0 Di il cosmo

La 68 edizione del Festival di Sanremo aveva tutte le carte in regola per essere un flop, con un Direttore Artistico che credevamo ancora perso nel suo mondo a immaginare cosa potesse esserci sotto “quella sua maglietta fina” e a pregare quel povero passerotto di non andare via.
Bene. Cosi non è stato.
Sabato 10 febbraio si è concluso il Festival di Sanremo dei record, che ogni sera ha fatto poker di ascolti raggiungendo addirittura il 58,3% di share nella serata finale.
Claudio Baglioni, Direttore Artistico spesso ironicamente definito Dittatore Artistico, proprio per indicare la sua attenzione ai dettagli e il suo perfezionismo, ha sorpreso tutti e forse anche un po se stesso.
È entrato nelle nostre case in punta di piedi con la sua innata e delicata eleganza, fino a diventare gradualmente uno di famiglia spigliato e non più tanto impostato.
Dovevamo capirlo subito che non sarebbe stato “il solito Festival”: superato ormai da anni il tormentone “Sanremo è Sanremo”, la sigla di quest’anno è stata scritta dallo stesso Baglioni e cantata dai 20 big in gara “insieme comunque in uno stesso canto” che, con una grafica ultracolorata, non potevano fornire un biglietto da visita migliore di se stessi e di tutta la giostra sanremese.
“Solo musica e parole” cantava la sigla e lo ha ribadito più volte Claudio Baglioni: la sua vera sfida è stata questa, in una kermesse che da troppi anni vedeva proprio la musica penalizzata. E chi più di lui poteva rimettere al centro la vera protagonista di un Festival della Canzone Italiana?
Non solo è riuscito a fare questo ma ha anche restituito agli italiani il piacere di 5 serate spensierate su un divano ad ascoltare le canzoni in gara, a cantare i suoi vecchi ma intramontabili successi spesso riproposti in duetto con i grandi ospiti e ad ammirare il sapiente savoir faire degli altri due co-conduttori.
Baglioni è stato chiamato a fare il Festival ma ne ha fatto uno spettacolo poliedrico.
Oltre la musica, potremmo dire che è stata proprio la poliedricità un’altra forza di questa Edizione 0.0 (come ha voluto chiamarla stesso Dittatore Artistico): di Claudio ma anche di Michelle Hunziker e Pierfrancesco Favino.
Michelle é sempre un inno alla spontaneità e all’entusiasmo e in questa grande festa non si è risparmiata. A testa alta ha tenuto uno dei palchi più temuti da conduttrice principale, in un contesto che tanto dista da “Striscia la Notizia”, ha cantato, ha ballato, ha sfilato in abiti da sogno senza la pretesa di rubare la scena alla musica…e poco importa se la dedica d’amore a Tomaso Trusardi non era prevista nella scaletta: Michelle se lo può permettere e così ci ha conquistato ancora di più!
Pierfrancesco Favino è stata la grande rivelazione di questo Festival: inizialmente lo credevamo soltanto un attore, adesso abbiamo difficoltà a definire la sua professione: è la poliedricità fatta carne! Ha presentato, ha improvvisato, ha cantato, ha ballato e si è superato con il suo monologo tratto da “La notte poco prima della foresta” del drammaturgo Bernard-Marie Koltès in cui si parla dell’esclusione del diverso, che in questo particolare periodo storico è stato automaticamente attribuito al concetto di “migrante”, tema bollente soprattutto in clima di campagna elettorale che usa i fatti di cronaca per alimentare una certa xenofobia.
Così, un moderno Teatro Ariston percorso da una pura luce bianca in cui, maestosa, sbocciava l’enorme scala, è diventato la casa di questa magica Mostra della Canzone, una canzone che più che mai si fa specchio della nostra società.
Cantanti di ogni età e tutti i generi musicali si sono presentati in questa gara che non ha visto alcuna eliminazione ma solo un’unica, finale, classifica.
La musica ha sempre il potere di esorcizzare le paure e permetterci di identificarci nelle parole di qualche altro: è stato bello vedere, nei testi proposti, tutto ciò di cui l’Italia ha bisogno.
L’AMORE è sempre ispiratore di molte opere artistiche: da quello eterno, magico e sognante di Max Gazzè (La Leggenda di Crisalda e Pizzomunno – VI posto), a quello maturo di Ornella Vanoni (Imparare ad amarsi – V posto) ma anche quello non corrisposto di Ron (Almeno pensami – IV posto) e quello che cerca di essere vissuto con ottimismo dai The Kolors (Frida – IX posto);
Molto presenti anche le riflessioni sulla VITA, come Red Canzian ((Ognuno ha il suo racconto – XV posto), Le Vibrazioni (Così sbagliato – XI posto), Roby Facchinetti e Riccardo Fogli (Il segreto del tempo – XVIII posto) ed Enzo Avitabile e Peppe Servillo (Il coraggio di ogni giorno – XII posto), che nelle loro canzoni hanno sempre un messaggio di forza positiva, la stessa di cui si fa interprete Annalisa che ne “Il mondo prima di te” (III posto) parla proprio di una rinascita dopo la fine di una storia.
Lo Stato Sociale, giovane band bolognese, ha portato a Sanremo (oltre a una vecchietta di 83 anni che sgambetta meglio delle veline) una canzone molto leggera contro le regole di ogni tipo e il fatto che si sia piazzata al II posto è sintomatico di una società che si è lasciata solleticare da questa idea di evasione dalla frenesia quotidiana.
Il podio è stato assegnato alla coppia Ermal Meta e Fabrizio Moro, con la loro canzone di certo non leggera ma assolutamente interprete di ciò che il mondo sta vivendo: un elenco di tutte le ultime stragi terroristiche di cui siamo stati vittime e da cui ne usciamo inevitabilmente cambiati. La loro voglia di trasformare la paura in forza è il grande messaggio che tutti, tenendoci per mano e stringendo ancora i denti, accogliamo nelle nostre vite.
E se le canzoni ci prendono per mano e ci portano a volare, come dice Claudio Baglioni, le nostre anime, da questo Festival, ne escono certamente arricchite.

di Antonella Lenge