Benvenuti al Centro

Quando scendi dal treno, noti subito che qualcosa di diverso c’è. Nessuno ti spintona, non c’è foga in chi esce dalla stazione. Qualcuno la chiama serenità, qualcun altro ritmi lenti. Troppo. Provate voi a prendere la metro, a Milano, nella direzione opposta rispetto alla marea umana che è appena scesa da un vagone. Non ci riuscite. Vi ritrovate al punto di partenza, letteralmente portati in braccio dai viaggiatori imbronciati e infastiditi dal fatto che voi avete orari diversi e dunque non seguite il flusso umano, ma andate dall’altra parte. O meglio: vorreste farlo. A Roma no: tanta gente sciama sui binari, ma stranamente nessuno passa sopra a chi, povero, sta facendo il percorso inverso. E i visi sono pure allegri. Insomma: Benvenuti al Centro.
A dire il vero, qualche avvisaglia c’era già stata durante il viaggio. Il viso non pare quello di un robot, ma del viaggiatore vicino. Che scambia pure due parole sul tempo. Niente sguardo basso, rassegnato, del tipo che attende che passino le otto ore di lavoro per tornare a casa. E guai a scambiare una parola con il vicino. Perché loro, i milanesi, i ‘ghe pensi mi’, non possono certo perdere un secondo del loro prezioso tempo di produzione. Mai.
Comunque, sei sceso dal treno. Senza spintonare o finire a terra. E può iniziare la tua nuova avventura nel Centro Italia. Per te, abituato ai tempi del Nord, il passo è forzatamente quello di un soldato in marcia per la campagna di Russia. E ti accorgi dopo pochi passi che addirittura stai sudando. Se respiri, non esce fumo. Il sole scalda, qui. E il cielo è blu. Non biancastro-grigio-nebbioso-variabile-che bella giornata!
Prendi qualcosa al bar. Anche qui, a sorpresa, ti rivolgono la parola. E alla tua risposta, la domanda è d’obbligo: “Viene dall’Alta Italia?”. Sì, non dal Nord, dal Settentrione, ma dall’Alta Italia. Quasi fosse un universo parallelo, indipendente. Dove chissà che accade. Seguono più o meno forti critiche a ciò che non c’è, che manca qui, contrariamente a Milano. Sì, perché se arrivi dall’Alta Italia, arrivi per forza da Milano. Non da Torino, Brescia, Verona o Genova. Da Milano.
Quando sono le 12.30 ti viene un leggero languorino. Ma se vuoi un boccone, sappi che qui è quasi ora dell’aperitivo. Tra un’ora circa i bar e i ristoranti si riempiranno di chi è in pausa pranzo. Mentre lassù torni in ufficio – se va bene dopo massimo un’ora di insalatina e acqua naturale – quaggiù il tempo non è tiranno. E un bel piatto di pasta non si nega a nessuno. Ma si torna a lavorare? Sì, certo, ma con calma. Chi ti corre dietro?
La sera, succede la medesima cosa. Alle 19.30, in Alta Italia, in giro non c’è più nessuno. Qui al Centro escono, le strade sono ancora piene. La cena? Certo, ma più tardi. Dalle 20.30 – 21. E i negozi? Intorno alle 20 alcuni sono aperti, pure nei paesini.
Quando finalmente sei nella tua nuova casa, ti senti chiamare: Alessà. E ascolti uno dopo l’altro questi bei nomi spezzati a metà: Cà per Carlo, Chia per Chiara, Francé per Francesco. E nella tua testa gira un dubbio che nessuno sa districare: ma se avete tempo, più che in Alta Italia, perché abbreviate i nomi?
A proposito, domani mattina si va fuori. Appuntamento alle 10. Ma se sono le 10.30, le 11, che succede? Niente. A parte il novello cittadino del Centro che da un’ora e più aspetta. E sta già per passare alle vie di fatto quando si rende conto che con calma si fa tutto. Che nessuno ti corre dietro. Che l’orario dell’appuntamento è più che altro indicativo. Di che? Del giorno. Sì, ecco, l’importante è scegliere il giorno, l’ora è un optional. Benvenuti al Centro.

di Alessandro Pignatelli

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