L’Editoriale:

La chiamano libertà di espressione o, meglio, la chiamavano. Poter raccontare un fatto, dare una notizia nel senso etimologico del termine, in assenza di giudizio, oggi è mera utopia tanto in Italia quanto nel resto del Globo Terrestre “civile”.
Sì, perché se provi a scrivere di una vicenda “scomoda” o a raccontarla armato di videocamera, devi fare poi i conti con intimidazioni, minacce e talvolta pure spari. E’ quanto accaduto nei giorni scorsi alla troupe di Striscia La Notizia impegnata in Sicilia in un servizio sulla droga: della serie “giornalista avvisato mezzo salvato”. Come non tornare, invece, con la mente ai colleghi condannati all’ergastolo in Turchia? Eppure si dice che sia uno Stato libero e guai a definirlo in modo diverso. Delle nefandezze in Nigeria di Boko Haram nessuno parla (salvo poi quando spariscono per caso 111 studentesse); dei morti in Siria, si vede aleggiare saltuariamente qualcosa sui Social qua e là perché è sempre meglio il “Non vedo, non sento, non parlo”. Guai ad occuparsi di Politica e di immigrazione: se lo farai puoi stare certo che la tua bacheca Facebook sarà invasa di colorati commenti tanto da esponenti di Destra quanto di Sinistra. Venendo al “piccolo” e al locale, lo sport preferito degli ultimi anni è, invece, quello della querela al cronista. Parli di qualcosa che non mi piace? E io ti denuncio chissà mai che non riesca pure ad intascarmi qualche soldino dall’assicurazione. La chiamano libertà di espressione o, meglio, la chiamavano.

di Michela Trada

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