Per riappropriarci della dignità dobbiamo scegliere di vergognarci

Vibo Valentia.
Il reato è truffa aggravata.
Il responsabile è il titolare di un’agenzia di pompe funebri.
La storia ha i contorni della normale speculazione.
Il problema è che si tratta di una speculazione che è andata a toccare un aspetto della nostra civiltà che ha radici che vanno ben oltre Montesquieau.
L’habeas corpus.
Sappiamo bene tutti che stiamo parlando di una regola di rispetto, una regola che, da sempre ha presupposto la salvaguardia della libertà individuale contro l’azione arbitraria.
Quando Giovanni Senza Terra ne decretò il rispetto nessuno poteva immaginare che questa regola andasse a colpire i morti, la categoria più indifesa di tutte.
Forse possiamo aggiungere il morto sconosciuto. Diverso. Senza una storia che possiamo condividere.
I polmoni pieni d’acqua, le ultime parole in un dialetto sconosciuto, l’assenza di civiltà. Questo devono aver pensato le persone che hanno tumulato dei corpi senza bara.
Il legno che ci riveste è la difesa ultima all’inevitabile offesa che non la morte, ma la natura matrigna ci regalerà, la dissipazione delle spoglie, l’oblio definitivo, il tornare per sempre a due dimensioni in qualche vecchia fotografia che chissà dove abbiamo lasciato.
Probabilmente non è un caso che sia successo in Calabria, una terra che ha una mafia violenta e cruda come nessuna delle altre.
Sembra buffo che Vibo abbia corso come capitale della cultura italiana, forse è bene fare un po’ di chiarezza sul senso più profondo di questo termine.
E’ evidente che potremmo pensare che si tratti di un caso isolato, ma questa è la stessa terra in cui insiste Rosarno, in cui sognano il Ponte, dove un’autostrada impiega 50 anni ad essere ultimata.
E’ l’Italia bellezza. Si. E’ una parte di Italia.
Questa vicenda dovrebbe toccare profondamente tutte le corde più intime del nostro umano sentire, sollevare il nostro disgusto più di ogni altra cosa, far squillare un campanello d’allarme dal suono violentissimo.
Come sempre l’assuefazione ai fatti si rivela ben più straordinaria di quanto potessimo immaginare.
Siamo tutti certi che fatti di questa natura possano succedere in ogni parte del mondo. Homo homini lupus. Eppure l’eco di questa storia sa di tragedia a doppio binario.
Da un lato c’è l’orrore che per definizione emerge dal racconto della cronaca, dall’altro c’è lo sbigottimento che non ci colpisce a sufficienza per l’assenza di risonanza dei mass media e non solo.
Del sentire più profondo non interessa più a nessuno.
Dobbiamo opporci. Dobbiamo farlo con forza.
Marinetti voleva dare fuoco al Louvre non certo per distruggere le opere lì sistemate ma per eliminare la classe baronale che non permetteva (già allora) una libertà dell’ammirazione della cultura fatta di condivisione.
Ripartiamo dalla vergogna, vergogniamoci di più. Ammettiamo i nostri piccoli o grandi errori con gli amici, i figli, i colleghi.
Dobbiamo recuperare il sentire profondo senza cedere a Osho.
Noi de Il Cosmo vogliamo lanciare una proposta: scegliere la vergogna come sentimento da valorizzare perché troppi episodi di imbarbarimento non sarebbero mai successi se ascoltassimo ancora questo antico sentimento.
In alcune zone dell’Africa esiste un sentimento chiamato lek, di difficile traduzione forse vergogna colpevolizzata, che impedisce a chi è sottoposto a questo sentire di tornare al villaggio, di parlare con il padre o la madre. C’è l’esclusione.
I criminali di Vibo non sentiranno nemmeno un soffio di questo, anzi probabilmente hanno la sensazione che lasciare un corpo nero e innominato dentro a due fogli di zinco non sia sbagliato, sia il frutto “ naturale “ del fenomeno migratorio, dimenticando che l’unica cosa che è migrata è il loro cuore, per non tornare più.pexels-photo-9816

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