Il Giornalismo Italiano perde il suo “ufficiale e gentiluomo”

Mi ricordo di quando ha risposto alla timida mail che gli avevo mandato. Un mostro sacro che si rende disponibile ad un’aspirante giornalista in cerca di notizie per la sua tesi. Non mi sembrava vero. Non vedevo l’ora. Anche se ero rimasta colpita dal suo tanto secco quanto sarcastico replicare al mio presentarmi. Poi il giorno dell’intervista (telefonica) il cuore a mille e la paura di fare figuracce. Tutto pronto. Rispose al telefono e subito un nodo in gola. Arrivò la prima figuraccia. E così andò avanti tutta la chiamata: a suon di figure e panico “controllato”. Ansimava un po’. Ogni parola uno sforzo. Ogni frase una rivincita verso il nemico invisibile più terribile. Ma continuava ad andare al fronte nella vita di tutti i giorni. Sempre nel suo modo che ispirava una professione di altri tempi. Una voce profonda e dall’italiano perfetto rendeva ogni mia domanda ovvia e banale. Con fendenti che avrebbero messo in difficoltà la maggior parte dei cronisti “esperti”. “Ma come? Eppure mi ero preparata! Ho letto i suoi libri, i suoi articoli!”. Ero in difficoltà, ma cercavo di dissimulare per quel poco di orgoglio che non aveva ancora demolito. Mi aspettavo un “vada a quel paese” da un momento all’altro. Disponibile ma ostile. Non invidiavo i suoi studenti all’Università. Barcollando tra la gioia e lo sconforto arrivai alla fine. Dopo avermi ripreso su praticamente ogni parola detta per più di mezz’ora, mi fece i complimenti e mi consigliò altre fonti per la mia ricerca. La telefonata più stressante della mia vita si era rivelata la più bella. La più vera. La più utile per la mia professione. Mi aveva messo in difficoltà apposta per pesarmi e nello stesso tempo mi insegnò qualcosa sul giornalista d’altri tempi. Il reporter e il corrispondente di guerra. L’uomo che, 77enne con un cancro ai polmoni, che lo consumava ormai da tredici anni, non smetteva di rincorrere per quanto possibile la notizia. Mimmo Candito è stato in Medio Oriente, Asia, Africa e Sudamerica. Ha seguito l’invasione sovietica e americana dell’Afghanistan, la guerra Iran-Iraq, le due guerre del Golfo e quella di Libia. Era tra le bombe della Nato in Kosovo e alle Falkland per la guerra tra Gran Bretagna e Argentina. È stato testimone diretto della storia. L’ha raccontata con personalità e finezza. Questo era il difficile perchè «essendo molto vicino ai fatti si poteva cadere o nel cinismo o nell’empatia esagerata, il coinvolgimento non era professionale, ma l’umanità d’obbligo» mi ha raccontato quella volta. La professione non era un mestiere, era la passione che lo muoveva verso il pericolo delle bombe e della morte dietro all’angolo, solo per raccontare la verità da dentro l’occhio del conflitto. Questa settimana se ne va un pezzo di storia del giornalismo, quello fatto “consumando le suole”. Quello vero, fatto da appassionati uomini veri.

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