Paola e il dolce di San Giovanni per ridare speranza

Paola e il dolce di San Giovanni per ridare speranza

7 Marzo 2018 0 Di il cosmo

Questa è una di quelle storie che sembrano confermare l’inesistenza del caso. Capita a tutti, prima o poi. Una volta almeno, nella vita. Capita di trovarsi in situazioni che mostrano il senso di qualcosa che, fino a quel momento, non si era percepito: avviene un piccolo miracolo, in cui si avverte la chiusura di quei cerchi che parevano non avere una ragione. Che somigliavano, appunto, al caso. E che, invece, caso non sono.
È la storia di un dolce, che nasce per quella che in apparenza era una semplice esigenza pratica e che ha acquisito, poi, un significato che va oltre la materialità della vita: è il Dolce di San Giovanni, chiamato così proprio in onore del Santo a cui è dedicato.
A dare vita alla torta è stata Paola Monferrato, attraversando un percorso personale e professionale che – dicevamo – l’ha portata in una direzione diversa da quella che si aspettava. Paola, per lavoro, aiuta le aziende a trovare soluzioni valide e alternative agli eventuali problemi in cui un’impresa può incorrere. Il dolce nasce così, dall’esigenza di trovare una soluzione al problema della ‘stagionalità’ di alcune aziende: «Ci sono alcune ditte produttrici di dolci che lavorano solo in certi periodi dell’anno: Natale e Pasqua, ad esempio. Ho quindi pensato – racconta Paola – a quale sarebbe potuta essere la soluzione per fare vendite anche durante il periodo estivo». Da qui nasce l’ispirazione: Paola prende come riferimento il 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, pensando dunque a quale potrebbe essere un dolce adatto al periodo. Scopre, poi, che il Santo non è festeggiato solo nella sua città, Torino, ma anche in altre grandi città d’Italia: «Questa scoperta mi ha fatto pensare che avrei dovuto, quindi, trovare una ricetta che contenesse in sé i sapori di diverse parti d’Italia». È qui, allora, che inizia a raccontare i dettagli del dolce: «Le nocciole, affinché ricordassero Torino; i limoni, perché riportassero a Genova. E poi la mandorla, per Firenze. Un tripudio di gusti, insomma, in cui ognuno ha il privilegio di riconoscere se stesso e il suo territorio».
Ma questa storia è molto di più. Non è solo una ricetta, non è solo il desiderio di creare un legame tra un cibo e una festa. È il bisogno di mandare un messaggio: «Quello della seconda possibilità. Della rinascita. Di una nuova vita». Ognuno la intende come vuole. Il concetto, però, è chiaro: ricordare che è concesso a tutti tornare a vivere dopo sofferenze, errori, traumi. Che è diritto di tutti trovare e intraprendere un nuovo percorso, di pace per se stessi e di perdono per il passato.
Paola, questa possibilità, se l’è data: in seguito a un grande trauma subìto quando aveva appena dieci anni, perde la memoria dell’episodio di cui ha iniziato a ricordarsi da adulta e inizia per lei un lungo lavoro di ritrovamento. Ritrovamento di se stessa e del suo equilibrio interiore. Ed è proprio così che nasce in lei l’esigenza di condividere con gli altri quella sua rinascita, quella capacità umana di staccarsi dalla parte sofferente del passato e iniziare a vedere quest’ultimo sotto una prospettiva diversa: perché se non possiamo modificarlo, per lo meno possiamo iniziare a dialogarci in maniera differente. Concetti, questi, che – non a caso – si legano alla figura di San Giovanni che, come raccontato nella Bibbia, nelle acque del fiume Giordano battezzava in segno di purificazione dai peccati del passato e, appunto, ‘nuova vita’.
I cerchi, insomma, iniziano a chiudersi. Uno per uno. Più i giorni passano e più Paola sente di star andando verso una direzione che non pensava ma che sa essere quella giusta. Ritrovata la forza nelle braccia, Paola dà dunque vita al Dolce di San Giovanni, con una maniacale attenzione a ogni minimo dettaglio: «Volevo che i colori ricordassero la simbologia del Santo e che anche gli ingredienti fossero legati a lui, non solo al territorio. Ho deciso, ad esempio, di utilizzare il miele al posto dello zucchero perché secondo la storia, Giovanni Battista si nutriva di locuste e miele selvatico. All’interno del dolce, poi, ci sono ‘nascoste’ quattro amarene: le amarene, innanzitutto, sono un dolce estivo e, in più, il numero scelto simboleggia i quattro cardinali che accompagnavano la figura religiosa. E la forma del dolce, infine: a conchiglia, come quella con cui San Giovanni ha battezzato Gesù».
Ma, come dicevamo, il principio a cui Paola è più legata è quello di una ‘nuova vita’: non è quindi casuale che il dolce, consegnato su prenotazione, venga preparato con l’aiuto dei ragazzi del ‘Ferranti Aporti’, l’Istituto Penale per Minorenni di Torino: «Sono i volti di quei ragazzi a emozionarmi più di qualunque altra cosa – dice Paola -: se sei attento al prossimo, ti accorgi di come il viso delle persone cambi mentre si dedicano a qualcosa che le diverte, le appassiona, le coinvolge emotivamente. Anche questo, per me, è dare una seconda occasione: la più importante, forse, per questi ragazzi».

Ogni dolce confezionato, infine, contiene in sé una preghiera, un augurio: «Non ha a che vedere con una particolare fede o religione: anche chi è ateo può ‘pregare’. È quella che io definisco ‘preghiera laica’. Chi prepara il dolce, lo fa pregando per la nuova vita di chi lo mangerà; a chi lo consuma viene chiesto di pregare per la nuova vita di chi l’ha per lui composto. Infine, le offerte raccolte sono devolute all’associazione che si occupa dei ragazzi detenuti e alle associazioni che seguono bambini in difficoltà».

Una positività, insomma, che vuole generare altra positività: una catena di possibilità che racconta dei viaggi immensi che fa la vita per mandarti i messaggi di cui necessiti. Sempre, puntuale. Una positività che unisce esistenze, popoli, persone. Che lo fa attraverso la sensorialità di profumi, sapori e consistenze che raccontano di vite che si intrecciano e di ragioni che danno nuove speranze. Perché del giorno della nostra nascita non ricordiamo nulla, ma abbiamo ricevuto in regalo la possibilità di ricordare quello della nostra rinascita: e di costruirlo, con la consapevolezza che sarà della nostra stessa immagine e somiglianza.

di Sabrina Falanga