Quando la determinazione è donna

Quando la determinazione è donna

7 Marzo 2018 0 Di il cosmo

Determinazione, passione, personalità e forte senso delle regole caratterizzano l’arbitro in ogni sport. Nel mondo calcistico, questa figura è vista come prettamente maschile. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. L’Aia, Associazione Italiana Arbitri, conta al 28 febbraio 2018 un totale di 29.858 iscritti. Tra questi 1418 sono di sesso femminile pari al 4,74%. A prima vista potrà sembrare poco, ma rispetto a vent’anni fa la percentuale rosa è aumentata sensibilmente, visto che all’epoca contava un timido 1%. In tutta la storia del calcio italiano solo due donne sono arrivate nell’ambito professionistico, Cristina Cini e Romina Santuari, e solo come assistenti dell’arbitro. Rosanna Cavoli fa parte di quell’1% che ha aperto la porta alle donne arbitro. Le caratteristiche citate all’inizio sono facilmente rintracciabili in questa quarantenne docente di educazione fisica e di sostegno delle scuole medie. La Professoressa emerge, però, in età giovanile aggiudicandosi un titolo italiano juniores nei 3000 metri e partecipando con la Nazionale Azzurra ai Mondiali di Cross (corsa campestre) nel 1997 a Torino.
Visti gli ottimi risultati nell’atletica, come è nata la passione per l’arbitraggio?
Mi sono sempre avvicinata al calcio come spettatrice. Ho sempre tifato il Palermo e per questo andavo sempre allo stadio. Mentre guardavo la partita, mi incuriosiva quella macchietta nera che andava su e giù per il campo e mi chiedevo come riuscisse a gestire tutto. All’inizio mi dicevo “fossi nata uomo avrei fatto l’arbitro”, perchè questa figura mi incuriosiva molto. Un giorno un mio amico mi disse che anche le donne possono fare l’arbitro. Non lo avesse mai detto. Dentro di me si scatenò una rivoluzione. Stiamo parlando di 20 anni fa.
Come iniziò il tuo percorso?
Andai in famiglia e dissi: “papà voglio fare l’arbitro di calcio”. Premetto che ero nata in una realtà difficile e chiusa, quella palermitana, dei campetti della periferia. Mio padre mi disse che non se ne sarebbe parlato proprio, non esisteva, ma non mi fermai. Quindi mi impuntai e gli dissi: “Senti, a me conoscere bene il regolamento serve per la scuola quando devo arbitrare. Lo faccio e poi si vedrà”. Continuava a dirmi di no. Io ho iniziato lo stesso, anche se per gioco, e una volta che sono entrata dentro l’Aia, sono stata accolta come in una famiglia, anche se avevo iniziato tardi, a 20 anni. Nell’Associazione eravamo veramente poche all’epoca, delle mosche bianche da proteggere. Quando si arbitra ci sono degli osservatori che vengono a verificare l’operato dei giudici di gara. Inaspettatamente questi venivano a farmi i complimenti dicendomi che ero brava e promettente. Da lì ho iniziato anche a sognare.
Essendo un ambiente maschile, come reagivano giocatori e dirigenti?
Quando arrivavo al campo con il borsone, i dirigenti mi guardavano malissimo e a stento venivano a salutarmi e a portarmi le distinte. Alcuni giocatori si dicevano a vicenda: “c’è la donna, andiamoci piano”, intendendo sia con me sia tra di loro, altri mi prendevano sotto gamba pensando che non avrei avuto polso. Poi con il primo fischio capivano che sarebbe stata una partita tosta e che non c’era da scherzare. La soddisfazione più bella era che poi a fine partita gli stessi dirigenti venivano a farmi i complimenti dicendomi che ero anche meglio di alcuni arbitri maschi e che i giocatori mi rispettavano. Alcuni di questi addirittura mi lasciavano il loro numero nello spogliatoio!
Come ti vedevano i colleghi arbitri?
In Aia, pur essendo un ambiente maschile, siamo trattate alla pari per gli aspetti tecnici, e siamo proprio ben viste. Siamo “il fiore rosa all’occhiello” della federazione, mi piace dire. E’ una grande famiglia. Quest’anno festeggerò i miei 20 anni di tesseramento.
Cosa ti piace di più dell’essere arbitro?
Quando sei arbitro lo sei sempre. Non solo nel campo, ma anche nella vita. I miei genitori mi hanno sempre inculcato il rispetto delle regole e dei valori. Sono cresciuta a Palermo, in un quartiere periferico, dove il rispetto delle regole non era sempre il massimo. Quindi l’idea di essere quella persona che faceva rispettare le regole in un campo, il cui fare bene o male poteva influenzare la partita, a me piaceva. Poi le cose sono venute da sé.
Quali sono stati i passaggi della tua carriera in campo?
Dalla categoria provinciale sono passata a quella regionale e ho arbitrato fino alla Promozione. Vent’anni fa in Sicilia non era facile entrare in quei campi per una donna. Poi iniziai a fare l’assistente a Palermo e Pavia per motivi di età. Anche qui belle soddisfazioni, come l’esordio in Can D, la prima serie nazionale. In quei cinque anni di assistente ho anche partecipato alla finale di Coppa Italia dell’Eccellenza, in quel contesto addirittura la terna era tutta al femminile. Per non dimenticare delle manifestazioni speciali come “Partita del Cuore” o quelle legate alla commemorazione di Falcone. Tutti piccoli passi in avanti per la figura dell’arbitro donna, che negli ultimi anni è andata crescendo. Penso che sarei potuta andare ancora avanti, ma ho perso una stagione importante a causa di un infortunio. Nonostante questo, non rimpiango nulla perchè sono pienamente soddisfatta della mia carriera sportiva.
Dopo il campo, i ruoli federali…
Dopo l’esperienza da assistente sono stata chiamata per il ruolo federale di referente atletico regionale. Mi occupavo dei test atletici che gli arbitri dovevano effettuare durante l’anno. L’arbitro è un atleta tra gli atleti, è quello che corre più di tutti senza pausa, quindi si deve preparare al meglio. Poi, seguendo mio marito, mi sono trasferita in Piemonte dove sono tornata in campo, iniziando la carriera di osservatore arbitrale, quella figura che guarda la partita e valuta la prestazione dell’arbitro. Ho visionato arbitri di prima categoria, promozione ed eccellenza. Mi hanno proposto anche al Comitato Regionale Arbitri (Cra) del Piemonte.
Attualmente una nuova soddisfazione, ma anche sfida che arriva direttamente dalla Federazione Italiana Gioco Calcio…
Ora sono in una fase di “stand by” con l’Aia perchè ho ricevuto un incarico dalla Figc: sono il delegato provinciale scolastico di Vercelli. Sono passata così, senza non troppi pensieri, dal campo alla scrivania. Il mio obiettivo ora è quello di far incontrare il mondo scuola con il mondo calcio, che spesso non coincidono. Soprattutto mi impegnerò per avvicinare bambine e ragazze al calcio, perchè non è uno sport da maschi. Si può tranquillamente giocare a calcio rimanendo donne. Per dimostrare questo io mi sono sempre presentata in campo con i capelli lunghi, anche se raccolti e agli appuntamenti ufficiali vestita in modo femminile. Voglio continuare a infrangere i pregiudizi che si sono radicati sull’ingresso delle donne nel calcio. Dopo che avrò adempiuto a ciò, vorrei tornare sul campo, come osservatrice.
Pregiudizi che si infrangono anche grazie alle nuove generazioni. A casa hai anche una piccola appassionata di calcio, vero?
Mia figlia Sonia ha cinque anni e si diverte un mondo a guardare le partite di calcio con me. Ogni volta che le chiedo “ma non ti annoi?” lei mi risponde “no! È uno sport bellissimo!”. Questo lascia ben sperare in una carriera da calciatrice, o perchè no, da arbitro.