Federico Paciotti: dai Gazosa alle Olimpiadi

15 Mar 2018 0 Di il cosmo

Vi ricordate il chitarrista dei Gazosa, salito sul palco dell’Ariston con i capelli lunghi e la maglia dei Rhapsody? E’ passato tanto tempo da quel 2001 che li ha visti vincitori della sezione Nuove proposte del festival di Sanremo, tanta passione, studio e amore incondizionato per la musica, quella con la m maiuscola.
Federico Paciotti, classe 1987, respira musica da quando è nato. E’ cresciuto a pane, rock e classica, con un occhio e il cuore aperti al mondo operistico. Lo abbiamo incontrato per scoprire il mondo di Rosso Opera, il suo disco uscito a maggio dell’anno scorso, un progetto che lo sta portando sui migliori palchi di tutto il mondo che vede la fusione tra le sue due grandi passioni: il rock e l’opera.
Venerdì 9 marzo scorso sono state inaugurate le Paralimpiadi Invernali di Pyeongchang. La canzone ufficiale, cantata dalla soprano sud coreana Sumi Jo, è stata scritta e arrangiata proprio da te. Raccontami di come è nata questa collaborazione.
Io e Sumi Jo ci siamo conosciuti all’Expo Astana 2017 dove ho avuto l’onore di duettare con lei sulle note del “Brindisi” della Traviata. Sumi Jo è una vera leggenda, ha cantato spesso con Luciano Pavarotti, tanto è vero che in Francia al Museo delle cere c’è la sua statua accanto a quella di Pavarotti. Oltre a essere una grande professionista, è anche una persona fantastica e tra noi è nata un’amicizia. Quando è stata nominata madrina delle Paralimpiadi mi ha proposto di scrivere un pezzo. E’ nata così, “Here as One”, il pezzo che è stato cantato alla cerimonia di inaugurazione. Ho scritto un brano dance perché ho pensato subito all’energia della danza e del movimento, riconducibili all’incontro tra musica e sport. Il testo racconta il sogno delle due Coree che si riuniscono, il titolo è in inglese, ma il resto della canzone è in lingua coreana. E’ stata ua canzone quasi profetica, infatti questo è il primo anno che la Corea del Nord partecipa a questo evento.
Sono molto orgoglioso di questo lavoro perché noi musicisti abbiamo l’opportunità di rivolgerci a grandi aggregazioni di persone veicolando così messaggi e temi importanti. E’ una grande responsabilità. In questo caso, Here as one è un messaggio di pace e speranza. Inoltre, l’Italia ha dei grandi campioni che sicuramente si distingueranno nelle gare!
Ma facciamo un passo indietro. Come è stato tornare sul palco dell’Ariston come ospite nel 2015?
L’esperienza che si vive su palco di Sanremo è molto forte, perchè si respira un’atmosfera diversa da qualsiasi altro luogo, si ha la consapevolezza di calcare un palco che ha visto esibirsi tutti i più grandi artisti italiani e stranieri. E’ una grande responsabilità e un gran privilegio.
Nel 2015 io ero il primo ospite della serata. Ci sono stati dei problemi tecnici per cui non sono riuscto a fare le prove. Avevo fatto un’unica prova con l’orchestra cinque giorni prima, ma per fortuna averci già suonato coi Gazosa da bambino mi ha dato una chiave di lettura per riuscire al meglio a portare a casa l’esibizione senza aver provato. E’ stato un vero salto mortale in diretta, ma è andato benissimo. Devo dire che è stato anche un coronamento per la mia carriera, infatti dopo quell’esibizione sono stato chiamato subito all’Arena di Verona, dove ho eseguito il nessun Dorma, poco prima di Brya May. Un’altra emozione indescrivibile.
Sanremo, in fondo, anche se molto pubblico lo critica, è sempre un importantissimo trampolino per i musicisti italiani. Per me poi è una bella tradizione guardarlo ogni anno in famiglia.
Rosso Opera è uscito nel maggio del 2017 ed è il tuo primo disco solista. Come mai questo titolo?
Io sono stato un figlioccio di Claudio Simonetti e un suo grande fan . Mio padre ha suonato la chitarra tanti anni con lui. Io sono stato suo allievo. Mio padre mi ha insegnato tutto, ma Claudio mi ha fatto da padrino musicale. La prima volta che ho messo piede su un palco con una chitarra in mano è stato con Claudio e suonai Profondo Rosso. Successe così. Durante un concerto, disse: “Sapete perché i musicisti con cui suono sono tutti bravi? Perchè li coltivo fin da piccoli” e ha fatto salire sul palco me che ero un nanetto con questa chitarra enorme e ho suonato il celebre pezzo con lui. Per questo ho messo la parola rosso, perchè Profondo Rosso rappresenta il mio lato rock. Contemporaneamente da bambino ero affascinato da Pavarotti e Del Monaco ed ero davvero pazzo per Puccini, Verdi, Rossini. Con la chitarra ero in fissa con Paganini. Dentro di me hanno sempre convissuto il rock e l’opera.
Quando hai capito che queste tue due anime potevano concretizzarsi in un vero progetto?
Devi sapere che a 18 anni ho partecipato ad un kolossal teatrale, la Divina Commedia Opera, con l’orchestra di Ennio Morricone e costumi ed effetti speciali del Premio Oscar Carlo Rambaldi. E’ stato incredibile, un casting di 6000 cantanti e alla fine ci hanno preso in nove, quattro maschi e cinque femmine. Il palco era di 600 mq, girava e creava gli anelli dell’inferno. Quando hanno saputo che suonavo la chitarra mi hanno fatto suonare tutte le parti di chitarra metal dell’Inferno. Questa esperienza di due anni che mi ha segnato e mi ha aperto un mondo.
Poi c’è stato il Conservatorio di Santa Cecilia, dove ho abbracciato del tutto gli studi sulla musica classica, senza mai dimenticare la mia matrice rock anni’70.
Come è nato, quindi, in concreto Rosso Opera?
In quel periodo ho cominciato a riarrangiare le arie che stavo studiando con arrangiamento rock classico, però io partivo dallo spartito del compositore, quindi in Rosso Opera non sono andato a toccare l’originale. Sono partito dallo spartito rispettandolo alla lettera, poi da lì, ho iniettato un po’ di rock. La mia visione è quella di un’orchestra con una band in stile Queen. Gli arrangiamenti li partorisco sempre così.
Ad esempio sul Nessun Dorma ho pensato ad un’influenza alla Led Zeppelin. Verdi, invece, è tutto ternario, ha già in sé dell’heavy metal. Anche se sembrano due mondi apparentemente lontani, in realtà non lo sono per niente. Finita tutta la preproduzione del disco, mi sono presentato dalla Signora Caterina Caselli.Lei è una discografica che ragiona ancora con l’idea dell’artigianato musicale. Rosso Opera non è un prodotto commerciale, è un modo di portare il patrimonio italiano all’estero e avvicinare i giovani all’Opera utilizzando un linguaggio musicale a loro più vicino. Non sono uscito con Rosso Opera per andare primo in classifica, ma per creare un disco che mi rappresenti a 360. Sono molto contento di come sta andando e delle scelte che sto facendo. Inoltre Caterina Caselli è un’ottima compagna di viaggioperchè rispetta le dinamiche del musicista. Non è facile per lei, perchè rappresenta comunque una Casa Discografica, ma ha il grande dono di riuscire a mettersi nei panni di entrambe le parti. E’ un privilegio lavorare con lei.
Il 15 febbraio hai avuto una data importante insieme a Carly Paoli, a Londra alla Cadogan Hall, location molto prestigiosa. Com’è andata?
Londra è sato qualcosa di meraviglioso. Io amo New York perchè quando arrivi nella Grande Mela, si respira aria di creatività e adrenalina, come se avessi limpressione che lì può succedere di tutto. A Londra ho sentito la stessa sensazione. Con il teatro sold out e un’accoglienza di pubblico molto affettuosa,
essere diretti alla Cadogan Hall da Steven Mercurio è stata un’emozione incredibile. Nonostante fossi in un vero tempio della musica classica, il clima è stato rilassato e familiare, grazie anche alla presenza della grande Carly Paoli. Io ero con la chitarra elettrica insieme all’orchestra e il pubblico ha dato subito un feedback positivo.
Io dico sempre che noi siamo la punta dell’iceberg che si vede spuntare dal mare, ma sotto c’è il resto, una squadra che lavora duro con te per centrare gli obiettivi. Quindi è bellissimo condividere queste emozioni con tutti i tuoi collaboratori. E’ la parte più bella del nostro lavoro. Fare un mestiere creativo è un privilegio, ma anche una grande responsabilità perchè non hai mai una certezza lavorativa, sei sempre come in una nave, per cui quando arrivano queste gioie è davvero impagabile.
So che ci tieni molto ad esportare l’eccellenza italiana, sei davvero innamorato del nostro Paese!
Io sono un fan dell’Italia perchè siamo un grande Paese che deve essere orgoglioso del suo passato e del suo presente. Abbiamo un vero e proprio innegabile primato nelle arti e avere la possibilità di andare all’estero a rappresentare la cultra del nostro paese è un grande privilegio e responsabilità. Lo faccio con estrema serietà e ogni volta per me è un orgoglio poter rappresentare nel mio piccolo nel mio piccolo una nazione che ha tanto da imparare, ma davvero tanto da dire. Pensa che ho dato un esame di Storia della musica molto interessante nel quale si nota come dal canto gregoriano a oggi, c’è sempre l’Italia in mezzo, è stato bellissimo studiarlo ed andare a fondo perché si vedono le proprie origini. E’ quello che desidero fare con Rosso Opera. Bisogna andare sempre avanti, ma mai dimenticare il proprio retaggio culturale.
Quali sono i tuoi progetti futuri?
Adesso sono impegnato nelle date del tour 2018 che sta partendo in questi giorni. E’ molto stimolante per me perchè far le prove con l’orchestra ti fa respirare a pieno il mondo del crossover opera. Andremo in diverse città, ci saranno delle sorprese che ancora non posso svelare. Abbiamo deciso nel 2018 di dedicarci all’Europa poi piano piano usciremo dall’Europa. Abbiamo fatto date e ne faremo altre con MiTo Orchestra, tutti studenti del Santa Cecilia, una cosa molto bella perché c’è occasione di confrontarsi con studenti appena diplomati della mia stessa età. Come diceva il grande Pavarotti, siamo studenti per tutta la vita.
In un mondo dominato dai talent show e dalla ricerca del successo a tutti i costi, cosa consiglieresti ai giovani musicisti?
Io sono d’accordo che sono cambiati i tempi e quindi la televisione diventa un modo per aiutarti ad avere spazio e farti notare, ma non bsogna avere la percezione che se non sei famoso non vali niente. Avere la possibilità di farti vedere in televisione è importante e i talent danno questa possibilità, ma non deve arrivare ai giovani il messsaggio che se non si arriva al successo non si è validi artisti. Posso dirti di aver conosciuto tantissimi musicisti eccezionali che non sono famosi e questo è un trend che bisogna estirpare dalla mente di chi cerca di farsi strada in questo mondo. Non è vero che se non sei il cantante con il ciuffo a destra che fa il singolo di successo, allora non vale niente il tuo cammino o la tua testimonianza nella musica. Molte volte questo concetto non è così chiaro ed è così che si alimenta frustrazione e malcontento. Il successo è un gratta e vinci. Neanche il più grande discografico del mondo potrà mai dirti la formula del successo, per cui impostare la propria vita su un concetto così effimero è una follia. E’ bello intraprendere il proprio cammino e cercare di dare sempre il meglio.

di Olivia Balzar