L’America di Trump torna a parlare di dazi: a farne le spese l’acciaio

L’America di Trump torna a parlare di dazi: a farne le spese l’acciaio

15 Marzo 2018 0 Di il cosmo

Il controverso presidente Trump questa settimana ha stupito tutto il mondo tornando a parlare di dazi commerciali. Varata nel 1962 in piena Guerra Fredda, la “Section 232” del “Trade expansion act” consente al Presidente USA, qualora esista la possibilità che le importazioni minaccino la sicurezza nazionale, di agire per contenere o rimuovere la minaccia.
Il rapporto pubblicato dal Dipartimento per il commercio americano evidenzia che nel settore specifico c’è stata una diminuzione dei posti di lavoro del 35% negli ultimi 20 anni. “Una forte industria dell’acciaio e dell’alluminio è vitale per il nostro paese. L’acciaio è acciaio e se non hai l’acciaio non hai una nazione”, sono le parole del Tycoon. La motivazione ufficiale fornita è la battaglia per la creazione di posti di lavoro perseguendo la politica “America First”.
Cosa si produce con l’acciaio? È utilizzato per produrre infrastrutture, edifici, automezzi ma anche per aerei, navi e veicoli militari. Attualmente i più grandi produttori di acciaio americano sono la US Steel e la Nucorp ma, in termini dimensionali, non sono paragonabili a produttori esteri quali l’europea ArcelorMittal o la cinese China Baowu Steel Group. L’intenzione del governo è di rafforzare la produzione interna al fine di evitare di condividere con paesi concorrenti la crescita derivante dall’imminente maxi-piano di investimenti infrastrutturali da 1.500 miliardi di dollari.
Nonostante la nazione leader mondiale dei produttori di acciaio sia la Cina, è al contempo anche la più tassata e sorprendentemente sarà la meno intaccata dall’ingresso dei dazi. Nel 2016 Barack Obama introdusse dazi sino al 500% su alcuni tipi di acciaio cinese facendo crollare l’esportazione verso gli USA.
Chi ne farà quindi le spese? Canada, Europa, Brasile, Sud Corea, Messico e Russia sono, in ordine, i paesi che esportano più acciaio verso gli Stati Uniti. Non è tardato il solito cambiamento nei toni del presidente, che si è già corretto con un tweet avvisando tutti i paesi “veri amici” degli USA (soprattutto sul piano militare) che sarà applicata molta flessibilità ai dazi. Una non troppo velata richiesta ai vicinissimi Messico e Canada, che esportano rispettivamente il 75% e il 90% dell’acciaio prodotto verso gli states, di maggior collaborazione e, dato che il NAFTA è in fase di rinegoziazione, una decisa mossa per spuntare qualche beneficio.
La risposta dell’Europa non si è fatta attendere e, nel tentativo di scongiurare una guerra commerciale, ha preparato una lista di prodotti “made in USA” alla quale si potrebbero applicare i dazi e annunciato un ricorso alla World Trade Organization per denunciare le pratiche scorrette del governo americano. Cecilia Malmström, la Commissaria europea al Commercio, ha richiesto esplicitamente che l’Europa in quanto partner commerciale degli USA venga esentata dall’applicazione dei dazi. Con gran voce afferma “The EU is a peace project!” con la chiara intenzione di evitare la guerra commerciale e risolvere ogni disputa tramite la WTO.
Goldman Sachs ha duramente criticato la manovra protezionistica di Trump evidenziandone gli effetti negativi sull’economia americana. Non è la prima volta che il Tycoon, tramite i social network, fa affermazioni estreme e cariche di significato per il suo elettorato.
La conseguenza di questo gesto estremo è il rischio di una rapida escalation di contromisure ai dazi commerciali. E’ chiara la possibilità che il tanto agognato processo di globalizzazione subisca un parziale arresto per via della suddivisione del pianeta in macro-aree economiche in aperto conflitto commerciale fra loro.

di Francesco Polidori