Quando mi hanno detto che ero bulimica ho capito di non essere pazza

«Quando mi hanno diagnosticato la bulimia nervosa ero quasi, per assurdo, contenta: per la prima volta ho capito che non ero realmente pazza come tutti, invece, sostenevano».
Parla così Katiuscia Zambonini. E sono parole dure, quasi impossibile da comprendere pienamente: perché sembra assurdo che un individuo si ritrovi ad essere addirittura felice di ricevere una diagnosi di un disagio psichiatrico. Ma non è così assurdo, in realtà, se ci si sofferma a pensare che, finalmente, dare un nome al male che si ha dentro è probabilmente il primo passo per riconoscerlo e, dunque, capire come vincerlo.
Quando Katiuscia inizia a raccontare la sua storia comincia con il dire che il suo male si palesa nel periodo dei suoi 16 anni, «anche se con la terapia ho capito che tutto è nato molto prima, semplicemente non si era ancora manifestato così evidentemente». Il suo male si trasforma, pian piano, in una vera e propria dipendenza dal cibo, utile a colmare quei vuoti esistenziali che formano voragini spirituali infinite. E che ci si auto-illude di poter colmare attraverso il cibo: «Fin da piccola ho sempre creduto di non valere nulla, di non essere capace in niente, di non avere quasi il diritto di sognare e di lottare per ciò che desideravo. Mi sentivo ‘zero’ e da tale mi comportavo, specialmente durante il periodo della malattia». Il cibo, il conforto utile per avvertire meno il senso di fallimento e il relativo senso di colpa; il cibo, l’unico mezzo di comunicazione rimasto a Katiuscia, che ormai aveva perso qualsiasi capacità di relazione: «Non avevo emozioni, non avevo rapporti. Anche uscire con gli amici era diventata solo una scusa per mangiare. Passavo le mie giornate a fissare una parete bianca, che speravo un giorno di poter colorare: non sapevo come, però. Perché ero convinta che non sarei mai stata in grado di dare sfumature diverse alla mia vita». Il rapporto sofferente con il cibo porta la ragazza a sviluppare un’obesità tale da limitarla nelle più semplici azioni quotidiane. Non solo: iniziavano ad arrivare i primi problemi fisici, come gonfiore agli arti, difficoltà respiratorie e cardiache; e i primi disagi sociali: «Mi era impossibile trovare un lavoro, innanzitutto – ricorda Katiuscia -, ma anche vivere le piccole situazioni quotidiane: alcune sedie erano ‘piccole’ per me e questo portava le persone a deridermi. Perché è inutile negarlo: la società ride ancora per chi è sovrappeso e la persona obesa si ritrova a fingere di ridere di se stesso. Credono tu sia auto-ironico, che tu “stia al gioco” e per questo risulti simpatico. In realtà non è divertente dover prendere in giro se stessi pur di non farsi prendere in giro dagli altri: dentro stai terribilmente male». Ridere di sé per non far ridere di sé: no, non c’è nulla di divertente. Non è stato immediato per Katiuscia capire che il suo era un vero disagio psicologico, che si trattava di una malattia. Le consigliavano di fare sport, come se il problema fosse solamente fisico. Le davano della pazza, perché nessuno riconosceva in lei una sofferenza ma solo un comportamento incomprensibile e inaccettabile perché lontano da un concetto stereotipato di ‘normalità’. Lei, nel frattempo, inventava vite che non aveva, nascondeva il cibo con cui si consolava. «C’è stata solamente una persona – specifica, mentre l’emozione le ferma le parole – che capì fin da subito che qualcosa non andava: la mia nonna. Lei è stata la mia àncora». Katiuscia inizia, dicevamo, a capire la patologia di cui era affetta «informandomi attraverso articoli, leggendo storie in cui mi riconoscevo sempre di più. Cominciavo a capire che non ero la sola al mondo ad avere quel tipo di sofferenza e che era un male riconoscibile, con un nome, con un volto, anche se ancora non sapevo quale». Quando racconta della ripresa di se stessa, della sua scalata verso la guarigione, non ricorda bene quando è arrivata la consapevolezza di voler uscire dal tunnel buio in cui cercava di sopravvivere: «Ricordo solamente di essermi detta che volevo una vita. “Voglio una vita”, mi ripetevo. “Voglio una vita e devo prendermela”». Grazie a questa sua determinazione, Katiuscia conosce uno psicologo esperto in disturbi alimentari che ha rappresentato, per lei, una figura più che fondamentale nel suo percorso di rinascita. «Per guarire ero disposta veramente a tutto: guidavo per trecento chilometri pur di raggiungere gli specialisti. Niente mi fermava. Chi è affetto da disturbi alimentari – dice, mandando il primo importante messaggio – trova spesso scuse per non affrontare una terapia di guarigione. Soldi, tempo, distanza. Ma una soluzione c’è sempre. Sono solo giustificazioni che la persona dà perché guarire, anche se sembra assurdo, fa paura. Quando vuoi davvero tornare ad avere una vita sana, niente ti ferma. Non esiste più una motivazione valida al crogiolarti nel tuo stesso dolore, se non ci vuoi più restare». In quella sofferenza, infatti, Katiuscia non ci voleva più restare: «Non saprei dire se è stato più faticoso vivere con l’obesità o iniziare il percorso del dimagrimento. Avevo 70 kg da perdere, sapevo che non sarebbe stata una passeggiata». Con coraggio e tenacia, comincia a perdere peso, chilo dopo chilo: «Non dimenticherò mai quel momento in cui mi sono guardata allo specchio, indossando un abito rosso con il quale avrei fatto da testimone di nozze a un’amica. Ero finalmente una persona… normale. È un termine che non utilizzo con piacere ma, in quel momento, è così che mi sono sentita: normale».Per dimagrire, Katiuscia si sottopone a un intervento di bypass gastrico: «Ancora oggi continuo con alcune operazioni, come quelle per ridurre la pelle in eccesso. Bisogna avere una grande forza interiore per decidere di subire volontariamente degli interventi chirurgici. Ma è ciò che già ho detto: quando vuoi veramente qualcosa, non esistono più scuse. Quello che non dimenticherò mai – continua a raccontare – è che finalmente ero diventata ‘visibile’. Le persone, improvvisamente, si ricordano che esisti. Ma quando in te avvengono cambiamenti così grandi, e non parlo solo a livello corporeo, non sei più la stessa persona di prima: non cercavo più l’accettazione dell’altro, ho iniziato a rendermi conto che l’unica persona che mi era mancata era l’unica che fino a quel momento non avevo mai calcolato. Me stessa».
C’è un messaggio che oggi Katiuscia ritiene importante mandare: «Il 15 marzo, Giornata del Fiocchetto Lilla, è un giorno importante ma bisogna lottare tutti i giorni. Bisogna combattere per aiutare i genitori a capire le problematiche dei figli, affinché possano intervenire in tempo. Bisogna sensibilizzare la società, perché non consideri le persone affette da un disturbo alimentare come difettate. Bisogna dare modo alle persone che soffrono di capire che non sono sole e che la chiave, per uscire dalla gabbia del male, siamo proprio noi. Io oggi lotto, attraverso gruppi di sostegno e associazioni, per dare sostegno a chi ha patologie alimentari, nel frattempo cerco di ricostruire la mia vita: il rapporto con la mia mamma è migliorato, lei ha capito gli errori che ha fatto con me, io non ho dimenticato ma ho perdonato. Le persone, a volte, non hanno gli strumenti per capire le sofferenze dei propri figli, per questo vanno aiutate a trovarli. E a chi sta male, invece – conclude Katiuscia – vorrei dire che si può guarire. Anzi, si deve. Ci saranno giorni in cui il dolore si riaffaccerà, ma nulla deve portarci al compromesso dello scegliere il cibo al posto delle emozioni. Lasciate libere le emozioni, comunicatele: è questa la chiave della libertà».

di Sabrina Falanga

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