Sebastiano: “Anche un ragazzo può soffrire di DCA e guarire”

Sebastiano: “Anche un ragazzo può soffrire di DCA e guarire”

15 marzo 2018 0 Di il cosmo

«Di queste malattie si parla sempre al femminile, anche all’interno delle strutture ospedaliere. Non dimentico la scritta che indicava i ‘consigli alle pazienti’, come se non fosse proprio contemplato che anche un ragazzo o un uomo possano soffrire di disturbi alimentari».Uno dei termini più utilizzati da Sebastiano Ruzza, mentre racconta la sua storia, è proprio ‘esclusione’. Perché è stata proprio la sensazione di essere escluso quella che l’ha fatto soffrire di più. E non solo prima di ammalarsi di anoressia ma anche durante il percorso di guarigione. «La malattia si è manifestata quando avevo 16 anni, ma sembra quasi inutile sottolineare che questi disagi iniziano molto prima. Semplicemente arriva un certo punto in cui si manifestano, ma crescono dentro per molto tempo. Avvertivo – racconta Sebastiano – un grande vuoto comunicativo, che durante il periodo del liceo si è trasformato in una vera e propria voragine interiore». Sono stati anni difficili, un adolescenza che avvertiva la mancanza delle amicizie, dell’amore. Ma che percepiva, soprattutto, da parte degli altri la difficoltà dell’accettazione: «Mi rendevo conto di avere interessi diversi, uno stile di vita differente da quello dei miei coetanei e questo è stato motivo di allontanamento». A differenza di molti adolescenti che soffrono di disturbi alimentari, Sebastiano racconta di aver avuto la sua famiglia sempre vicino ma il percorso di crescita di un individuo prevede anche l’inserimento nella società e il contatto con il gruppo dei pari ed è proprio questo, a volte, a ferire. «Ricordo bene le prese in giro, gli insulti. Specialmente quelli rivolti al mio aspetto fisico. In più ero molto timido e questo non mi permetteva di reagire adeguatamente: incassavo i colpi e questo dolore si faceva sempre più grande dentro di me». Succede questo, infatti: che improvvisamente credi che il problema sia la tua fisicità e inizi a lavorare su quella, convincendoti che una volta modificato il tuo aspetto tutto sarà diverso. Smetteranno di deriderti e non inizieranno più a trattarti come ‘il diverso’.
«Quindi una sera smetto di mangiare. Accade proprio così: improvvisamente si decide di chiudere le porte alla vita e inizi dal cibo. Perché l’anoressia è questo: è vero, rifiuti il cibo. Ma, in realtà, non vuoi più niente. Era il 2006, non avevamo Facebook, i Social. Utilizzavo le chat, dove conobbi altre persone sofferenti e con le quali ci sostenevamo a vicenda. Trovavo conforto così, perché nella vita reale c’era solo chi mi rifiutava o chi, come la mia famiglia, nonostante l’amore che avesse per me non poteva capire». Sebastiano perde 35 kg in un’estate, quell’anno «e mi accorsi di un dettaglio: le persone che ti vogliono male, te ne vogliono a prescindere. Così come chi ti vuol bene. Non è perdendo peso che iniziai ad acquisire l’affetto dei miei coetanei. Anzi: chi prima mi derideva perché avevo chili di troppo, iniziò a deridermi definendomi ‘ebreo’ perché ero troppo magro». Ma ormai Sebastiano era entrato pienamente nel tunnel dell’anoressia e accorgersi della reale sostanza delle persone non fece in modo di uscirne immediatamente. Iniziò, anzi. Uno dei percorsi più lunghi del ragazzo: quello ospedaliero. «Anche all’interno delle strutture sanitarie soffrivo l’esclusione. Sembrava quasi inaccettabile che fosse un maschio a soffrire di anoressia. Ci sono posti, addirittura, in cui accettano solo donne. Finché, dopo varie ospedalizzazioni, giungo in clinica a Varese. Eravamo una quarantina di persone: alcune di esse non ci sono più e nonostante il dolore è per me importante dirlo, sottolinearlo. Perché di disturbi alimentari si muore. Non si tratta di un capriccio, come molti ancora credono, ma di malattie psicofisiche che possono portare alla più tragica delle conclusioni».
Se si chiede a Sebastiano come sia guarito dall’anoressia, non lo ricorda. «E’ un percorso graduale, non esiste un momento in cui guarisci. Non è una febbre, che a un certo punto passa. Non saprei quindi dire il ‘quando’, ma so spiegare il ‘come’: comunicando. Comunicare quello che si ha dentro è ciò che si è, è fondamentale per il benessere della propria esistenza. C’è sempre qualcuno disposto ad ascoltarti, a comprenderti. A non giudicarti, ad accettarti e ad amarti per quello che sei. Spesso ci dedichiamo di più alle persone che ci feriscono perché noi per primi non vogliamo bene a noi stessi. Se iniziamo ad avere rispetto di ciò che siamo, iniziamo a selezionare anche le persone con cui è possibile comunicare, con cui è possibile sentirci liberi di esprimerci».
A Sebastiano, oggi, rimangono i segni: sul corpo e nella mente. «Ma non me ne vergogno: è per questo che ora racconto la mia storia, perché chi mi ascolta capisca che non ti rende sbagliato avere un male dentro e che comunicarlo è il primo passo per sanarlo. Comunicando, può cambiare tutto. Puoi salvarti».