Venezuela, quello che i Media non dicono

Era scoppiettante di vita, Valencia, quando mi apprestavo a vivere la mia prima esperienza oltreoceano in quella estate di quasi 10 anni fa.
Era colorata, tanto calda quanto calorosa, sempre e comunque sorridente e rumorosa, tanto rumorosa: per la musica ad alto volume degli autobus sgangherati che giravano ad orari non troppo precisi o per i venditori improvvisati “en la calle”(per la strada) o per i saluti sonori della gente.
A los cayos (isolotti) si accedeva con delle lanchas (motoscafi) e una volta giunti lì il tempo si fermava: Spiagge paradisiache rimaste incontaminate che sembravano dipinti animati solo dai “camerieri” senza troppe pretese che passavano con i loro vassoi di platanos fritos e (squisite) aragoste e dai caratteristici carrettini di gelati che ormai si vedono solo in vecchi film.
E poi c’erano i barrios, intere colline rivestite di baraccopoli multicolore costruite senza alcuna pianificazione ufficiale e con materiali poco adeguati.
Era evidente una disumana differenza di tenore e qualità della vita tra coloro i quali vivevano nel centro e chi nelle aree di degrado urbano, tanto che l’indirizzo di residenza costituiva uno status symbol.
Quotidianamente mi concedevo i miei 20 minuti di passeggiata dalla Urbanizaciòn Los Mangos alla Urbanizaciòn El Vinedo e persino le iguane che incontravo lungo il percorso mi erano diventate simpatiche, perché appartenenti a una dimensione naturale e pacifica dove il male non potevi certo aspettartelo da un rettile dalla bellezza discutibile.
Avevo trovato facilmente impiego presso il Vice Consolato Onorario d’Italia e fu lì che cominciai a conoscere il Paese e anche a respirare l’aria di chi lì ci era arrivato per necessità verso gli Anni ‘50 e per tutto quel tempo non aveva mai smesso di parlare il suo dialetto originale perché lui italiano lo era ancora, pur amando quella patria d’adozione che tanto gli aveva permesso ma che già in quegli anni accusava il suo declino.
Intere generazioni di “italianitos”, fiere di quell’avo nato in qualche parte dello Stivale, si precipitavano in Vice Consolato per affermare il loro diritto a richiedere un passaporto italiano che se da un lato serviva a dar loro un certo prestigio, era un mezzo utile per fuggire.
Già nel 2009 troppo frequenti erano i periodi di escasez (carestia) di prodotti basilari per l’alimentazione (quali latte, caffè, farina, zucchero); a distanza di anche una sola settimana i prezzi dei prodotti subivano aumenti improponibili per effetto dell’inflazione; caratteristica l’immagine delle file chilometriche ai supermercati, nelle farmacie o negli ospedali che ormai non offrivano più il servizio sperato e tante volte, improvvisamente, saltava l’elettricità.
La gente cominciava già a maturare il bisogno di andare via da un Paese che non tutelava più la giustizia: in nome del trionfo universale del Comunismo, il Presidente Hugo Chavez autorizzava tutto, dai furti alle espropriazioni delle attività, in una logica del “fine che giustifica i mezzi”. La delinquenza la toccavi con mano: ero circondata da persone che avevano vissuto sulla propria pelle la perdita di un caro sparato senza un valido motivo o da altri che avevano dovuto regalare il proprio cellulare a finti poliziotti per salvare la propria vita. Io passeggiavo quotidianamente perché volevo vedere il Venezuela bello ma la gente che quel Venezuela lo conosceva davvero, non smetteva mai di dirmi di stare in guardia, che lo splendore del Paese “ya se acabò” (era finito).
Decisi di tornare in Italia quando scoprii di aspettare un bambino.
Troppo legata all’idea di medicalizzazione della gravidanza cui siamo sottoposti in Italia, l’instabilità venezuelana cominciava ad allarmarmi non poco: temevo di non poter sopperire ai bisogni dei 9 mesi di dolce attesa in un Paese in cui nulla era prevedibile, nonostante avessi avuto la possibilità di conoscere dei competenti medici di una clinica privata che tanto mi coccolavano con le loro frequenti attenzioni in quel clima più familiare che classista.
Arrivederci Venezuela.
Agli occhi innocenti di mio figlio sarei stata orgogliosa di mostrare un Paese affettuoso, dove la gente sorride sempre nonostante tutto, dove è sempre estate e la sabbia è bianca e fine, dove organizzano le feste migliori del mondo e hanno il ritmo nel sangue, dove si diventa subito amici e si mangiano dolci supersquisiti.
Invece ho dovuto aspettare perché il Venezuela non si è rialzato dopo la morte di Chavez ma ha continuato ad affondare con il suo successore, Nicolas Maduro, che si vanta essere “El Estàlin del Caribe” (lo Stalin dei Caraibi).
In Italia sono scarse le notizie che arrivano dal Paradiso del Socialismo del XXI secolo. A parte qualche notizia di gusto puramente politico, della vita quotidiana di quei nostri cugini oltreoceano non sappiamo nulla.
Crescere i bambini in Venezuela, ad esempio, è drammatico perché si devono fare i conti con le continue mancanze: di medicine, di latte artificiale che assicuri il corretto apporto di vitamine utili per la crescita, integratori e farmaci in generale. E’ un’impresa titanica trovarli nel proprio Paese senza recuperarli da altre fonti e se ci sono hanno costi che non ci si può permettere.
Le condizioni igienico sanitarie sono precarie: per ottenere un antibiotico per un bimbo, solitamente lo recuperano da qualche compressa per adulto avanzata con risultati certamente dubbi sull’efficienza del principio attivo e varie volte si usa ripartire una dose di vaccino per più bambini con una conseguente protezione dal virus del tutto inesistente. Sempre in aumento le morti in ospedale dovute alla mancanza di personale e di farmaci adatti alla cura.
I costi sono esagerati per qualsiasi cosa, manca liquidità economica e la gente, anche quella che un tempo vantava una dignitosa condizione, oggi si trova a dover rovistare tra i rifiuti nella speranza di trovare qualcosa da mangiare.
Oggi Valencia è buia, deserta, silenziosa: ci si rintana in casa alle 18.00 e si è sopraffatti dalla paura, dalla disillusione e dalla sfiducia per qualsiasi partito politico perchè la gente ormai, non crede più a niente. Sogna soltanto di poter seguire, un giorno, le migliaia di persone che già sono riuscite a fuggire da questo Paese così ricco, così chevere (espressione molto usata nella zona intraducibile in italiano se non con figo) , ma che ormai non riesce più a dar nulla.
La burocrazia si è appesantita a tal punto da lasciare le richieste di passaporto soppresse e così, oltre che disillusi, sono anche prigionieri.
Tuttavia credo che la forza dei Venezuelani sia nella loro gioia costante, nel loro sorriso invidiabile, che mi piace pensare che possa smuovere il mondo intero.
Arrivederci, Venezuela.

di Antonella Lenge

2 pensieri su “Venezuela, quello che i Media non dicono

  1. Non ho parole mio zio Raffaele Serrapiglio tanti anni fa era viceconsole a valencia io ho vissuto circa 15 anni ero bimbina quando sono arrivata avevo 4 anni ho vissuto la mia infanzia a valencia poi a 12 anni i miei genitori mi mandarono a Caracas x potermi diplomare in un istituto italiano quanti ricordi. …. povero Venezuela mi piacerebbe ritornarci. Ma in questo momento è pericolosissimo i miei parenti che sono li me lo dicono spero un giorno di poterci tornare e soprattutto spero che torni la Venezuela Libera e bella di un tempo

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