Il ruolo dell’imprenditoria

La parola chiave è “ruolo”, perché sembra se ne sia perso il significato se parliamo di imprenditoria. «È fondamentale che l’imprenditore riscopra il ruolo che ha all’interno della società e, soprattutto, il valore che questo contiene. E per far sì che questo valore torni a essere riconosciuto è importante partire dalle scuole, dove è necessario che bambini e ragazzi capiscano di ricoprire, a loro volta, un ruolo nel mondo. Perché è proprio lì che si inizia a credere di non averlo».
A spiegarcelo sono Dario Castagna e Monica Passini, rispettivamente Master Franchisor di Asentiv Italia e Co-Master Frinchisor ed Executive Director di Bni Italia; Asentiv e Bni sono due realtà mondiali, operanti anche in Italia, che puntano alla creazione di comunità di imprenditori al fine di migliorare sia i loro affari sia la loro qualità di vita come liberi professionisti.
Non si può parlare di nascita, quando ci riferiamo al mondo imprenditoriale italiano: il Bel Paese è stato, infatti, uno dei terreni più fertili sul quale sono nate alcune delle più grandi aziende conosciute in tutto il globo, nonché la madre di geni, creatività e arte. «Rinascita: è questo il termine più adatto. In Italia il ruolo dell’imprenditore ha sempre avuto una certa importanza, fino a quando si è iniziato a vederlo in maniera negativa a causa di pregiudizi e ignoranza in materia. La crisi economica, poi – aggiungono Dario e Monica -, ha sicuramente prodotto dei timori leciti e comprensibili, che hanno portato i ragazzi a crescere con la speranza del “posto fisso”, assorbita il più delle volte dalle famiglie che, per la paura del fallimento, non spronano i figli a seguire le loro passioni e le loro ambizioni. Il posto fisso, dunque, diventa un miraggio: qualunque esso sia, benché ci sia».
Succede questo, dunque. Succede che un bambino cresce con dei sogni e, soprattutto, con dei talenti che, il più delle volte, sono per lui passioni vitali. Passioni sulle quali immagina di costruire la sua esistenza, il suo futuro, almeno finché non inizia a sentirsi dire di “rimanere con i piedi per terra” e di provare a immaginare per la sua vita delle scelte più semplici e meno ambiziose. Le ragioni, in genere, sono sempre le solite: lascia perdere, dài, che ce la fanno solo i raccomandati; pensa a stare tranquillo, senza debiti, l’importante è che ti arrivi lo stipendio.
Un pensiero, dunque, si instaura nella mente di un adolescente che cresce: solamente uno su mille ce la fa, perché dovrei farcela io, effettivamente?
E chi, invece, riesce nei suoi obiettivi viene visto come un’eccezione che conferma la regola, come un fortunato, un privilegiato. Ma, si sa, la fortuna aiuta gli audaci.
«I problemi che affliggono l’universo scolastico sono diversi: da quelli normativi a quelli riguardanti il programma didattico. Perché, ad esempio, non si pensa a reintrodurre Educazione Civica? Inoltre – sottolineano Dario e Monica – non c’è più un diretto contatto tra la scuola e il mondo del lavoro. Gli stage sono visti, da parte degli studenti, come l’opportunità di passare qualche ora lontani dalle lezioni e non come una vera e propria opportunità: questo perché, a causa di limitazioni legali e burocratiche, si tende a dare agli stagisti compiti noiosi e spesso inutili. Siamo davvero sicuri che far fare loro le fotocopie tutto il giorno sia profittevole al fine di insegnare qualcosa?».
C’è anche, però, chi non si lascia abbattere dai timori sociali, capaci di trasformarsi in catene individuali, e decide di percorrere la strada che sente a sé destinata, seguendo le proprie capacità, i propri talenti, le proprie ambizioni. Tutto ciò che è suo, insomma, paure comprese: è sbagliato, infatti, pensare che l’imprenditore sia l’individuo senza insicurezze – anzi, forse è la figura che ne ha di più -, con le spalle coperte da conti in banca copiosi. E, soprattutto, è errato credere che quella dell’imprenditore sia la figura del “capo cattivo” contro il quale mettersi per salvaguardare la propria integrità.
«È in questo senso che si è perso il ruolo sociale dell’imprenditore. Attraverso queste credenze popolari che a mano a mano si sono radicate nelle menti delle persone: e ora, chi vuole diventare il “capo cattivo”? E poi, sono poche le persone che possono permettersi un’azienda senza finanziamenti perché già possiede patrimoni abbondanti. Tutto questo ha creato un miscuglio dannoso per la voglia di fare impresa. Tanti imprenditori hanno cominciato a essere “schiavi del fatturato”, dedicandosi solamente al lato economico della loro impresa e dimenticando totalmente l’utilità sociale che potrebbe avere. Dimenticando, anche, di poter essere il fautore di una qualità di vita migliore: non solo della sua ma quella di un intero Paese. E l’Italia ha bisogno di chi ha la voglia di prendersi questa meravigliosa responsabilità. Non solo – concludono -: c’è bisogno anche di chi infonda coraggio ai giovani, puntando alla valorizzazione dei loro talenti e non all’obiettivo di renderli mediocri in tutto. Ai ragazzi c’è solo una domanda da fare quando sono in cerca della loro strada: a cosa ti dedicheresti anche se non fossi pagato? Ecco, è quello a cui devono dedicarsi».

di Sabrina Falanga

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