Manuel Pozzerle: la voglia di normalità che porta allo straordinario

L’argento nello snowboard di Pyeongchang 2018 si racconta

Venendo a contatto con Manuel Pozzerle si rimane subito colpiti dalla sua disponibilità e vitalità che sfocia anche in un sospetto di follia, quella buona. Quella che ti permette di buttarti a capofitto in un’impresa e di portarla a termine in un modo o nell’altro. Quella follia positiva che cela sotto di sé nient’altro che vera passione per uno sport adrenalinico, metafora, forse anche in questo caso, dell’amore per la vita. Lo snowboarder azzurro nasce a Verona nel 1979 e a 17 anni si innamora della tavola. Nel 2008 subisce l’amputazione della mano sinistra a causa di un incidente in moto. Il debutto nello snowboard paralimpico avviene nel 2013 e già nel 2014 entra in Nazionale. L’anno successivo conquista due medaglie ai Mondiali di La Molina (Spagna): un oro nello snowboard cross e un bronzo nel banked slalom. Quelli coreani sono stati i suoi primi Giochi Paralimpici, non aveva partecipato a Sochi poiché erano ammessi solo gli atleti con difficoltà agli arti inferiori, mentre a Pyeongchang hanno aperto anche alla sua categoria. Anche qui non ha deluso le aspettative con l’argento nello snowboard cross, categoria SB-UL. Entra così nella storia poiché è stato il primo italiano a vincere una medaglia “a cinque cerchi” in questo sport.

Quando nasce l’amore per lo snowboard?

Nasce ai tempi della scuola superiore, quando un amico mi ha invitato a provare e non sono più riuscito a farne a meno. È diventata letteralmente una droga!

Dopo l’incidente quali sono state le difficoltà?

Potrei parlare per ore di questo. Depressione in generale, poca voglia di fare tutto. Ho dovuto ricominciare da zero per tornare alla mia indipendenza, dal tagliare le bistecche all’allacciarmi le scarpe, dall’aprire le scatolette di tonno, al tagliare un pezzo di carta…insomma tutte le cose scontate, di ordinaria quotidianità.

Cosa ti ha spinto a rimetterti in gioco attraverso lo snowboard?

Una grande voglia di tornare alla normalità. Le gambe le avevo buone quindi le ho sfruttate! Come disse Zanardi: “Ho guardato quel che restava e non quel che avevo perso”.

Cosa ti muove in questo sport?

Nessuna rivincita, nessuna scommessa. L’adrenalina ha fatto tutto! Dopo la prima gara nel marzo 2013, dove sono arrivato ultimo, ho ritentato l’anno seguente vincendo la gara al primo posto. Da lì la competizione non l’ho più abbandonata. Quella scarica di adrenalina che mi fa scendere più veloce degli altri è una cosa a cui non sono ancora riuscito a rinunciare.

Raccontami dell’oro e del bronzo mondiale nel 2015

L’oro è stato in po’ rubato a dir la verità. Alla partenza mi sono immediatamente toccato con Roberto Cavicchi, compagno di squadra che ho sempre guardato per poter migliorare. Lui è caduto, io no…Di tutte le gare che ho fatto, questa è quella che vorrei rifare! Il bronzo nello slalom me lo sono meritato invece, ero secondo nell’ultima discesa finché Patrick Mayrhofer non se n’è uscito con un tempo strepitoso, quarto in quel momento se non ricordo male, cacciandomi sul gradino più basso.

Come ti fa sentire essere parte della Nazionale Italiana?

È un grandissimo onore e sacrificio allo stesso momento. In pochi possono indossare questa divisa, bisogna dimostrare il proprio valore prima con risultati e sacrifici, poi devi dare ancora di più per tenerla addosso e portarla su i gradini del podio, quello più alto possibilmente!

Raccontami un po’ del clima olimpico coreano.

È stato tutto strano, ogni persona che vedevo era un atleta ai massimi livelli, squadre da tutto il mondo, facce e colori nuovi, usanze e lingue diverse, una moderna Babele! È stato fantastico!

Una cosa imbarazzante che ti è capitata durante
queste Olimpiadi?

Il mio inglese! Mi hanno chiesto che lavoro facevo nella vita normale ed io ho confuso “kitchen” (cucina) con “chicken” (pollo). Ne è uscito un discorso surreale per il mio povero ascoltatore…Poi ci siamo chiariti e abbiamo riso fino alle lacrime.

Una cosa spiacevole?

Il quarto posto di Jacopo Luchini nello slalom. Ci abbiamo creduto fino alla fine e poi siamo stati battuti per soli 3 centesimi, che in rapporto alla velocità sarà più o meno la lunghezza di una spazza.

Una cosa bella?

L’affetto e le lacrime di gioia dei miei compagni nel vincere la medaglia. Un’emozione fortissima che non dimenticherò mai.

Come è andata la gara?

Sinceramente puntavo ad entrare nei primi quattro, poi l’inaspettato è accaduto battendo il favorito Mike Minor. Io, partendo poco più veloce, l’ho obbligato ad aggredire di più per potermi superare. Nella terza curva ha esagerato nello spingere perdendo così aderenza con la tavola e consegnandomi la finale!

I tuoi pensieri e sensazioni una volta sul podio?

Confusione generale, non sapevo dove ero e cosa stava capitando finchè una volta uscito, ho visto le altre premiazioni ed ho capito l’importanza della medaglia conquistata. Ancora adesso fatico a crederci.

Quali saranno i prossimi impegni sportivi a cui parteciperai?

Ci hanno invitato al Super Grostè a Madonna di Campiglio, penso di andarci. È uno slalom dove non sono il massimo, è più bravo Jacopo in questo, ma ci vado per divertirmi. Lì i premi sono soppresse, salcicce e cappellini!

C’è un messaggio che vuoi mandare a quei giovani che stanno vivendo il trauma dell’aver perso un arto?

Come dice Bebe Vio: “La vita è una figata!”. Non lasciatela passare inutilmente, trovate qualcosa che vi piaccia e fatelo. I risultati arriveranno di sicuro e riconquisterete la vostra dignità, senza sentirvi inferiori a nessuno. E se ce l’ho fatta io che sono pigro per natura…

 

di Deborah Villarboito

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