Florian Planker: Portabandiera alla sua sesta Paralimpiade

Florian Planker è l’emblema dell’atleta. Tenacia, spirito positivo e umiltà caratterizzano questo “polisportivo” atleta nato a Bolzano nel 1977. La storia di Planker ci insegna che nonostante gli imprevisti della vita questa va comunque avanti anche se mutata e che l’amore vero per uno sport non muore mai. Brillante sportivo fin da bambino, Florian Planker è una promessa dell’hockey azzurro, ma a 17 anni perde una gamba a causa di un incidente in moto. Dopo la riabilitazione si riaffaccia al mondo dello sport con lo sci alpino paralimpico in cui vince un bronzo alle Paralimpiadi di Salt Lake City 2002 nel Super G ed un bronzo ai campionati del mondo nel 2004. Partecipa anche alle paralimpiadi di Nagano 1998 e Torino 2006. Dal 2003 è tornato nel mondo dell’hockey vincendo nove titoli italiani con le South-Tyrol Eagles, un oro nel 2011 e un argento nel 2016 agli europei con la Nazionale. Ha preso parte a diversi campionati del mondo e alle paralimpiadi di Vancouver 2012 e Soči 2014. Per Pyeongchang 2018 è stato scelto come porta bandiera nella cerimonia di apertura dei Giochi e con la squadra ha scritto la storia conquistando il quarto posto in una paralimpiade.

Partiamo da due punti cruciali della tua vita: l’incidente e il riavvicinamento allo sport.

L’incidente è stato uno shock per me e per tutta la mia famiglia. Mi ha messo in una situazione di paura, di non saper come si sarebbe continuato. Ho fatto un lungo periodo di quattro mesi in ospedale per cercare di combattere l’infezione, ma poi è arrivata la notizia dell’amputazione. La prima cosa che mi è venuta in mente è stata di non poter più giocare ad hockey. Con la riabilitazione ho visto molti altri ragazzi che come me avevano subito incidenti ma molto più gravi, con paralisi dal collo in giù in alcuni casi. Io potevo comunque camminare con una protesi. Ho uno spirito positivo. Nella sfortuna sono stato fortunato, poteva andare peggio. Alla fine potevo fare tutte le cose quotidiane a parte l’hockey, la mia più grande passione. La riabilitazione mi ha aiutato molto facendomi conoscere le varie attività paralimpiche. Mi sono avvicinato allo sci alpino e così sono tornato nel mondo dello sport.

Cosa ti ha dato portare la divisa degli Azzurri?

Avevo già indossato la divisa azzurra con la Nazionale giovanile di hockey prima dell’incidente. L’indossarla per lo sci alpino paralimpico mi ha fatto conoscere nuove persone, nuovi sport, un mondo nuovo ed interessante. Essendo uno sport paralimpico i numeri sono molto piccoli e sono entrato presto in Nazionale.

Come sei tornato all’hockey?

Nel ‘94-’95 in Italia l’hockey non era ancora praticato come sport paralimpico. Nel 2003 si sono formate le prime squadre in vista delle Olimpiadi di Torino 2006 e mi sono impegnato, curioso, anche in questo sport. La versione paralimpica dell’hockey differisce solo per la posizione dei giocatori, che non stanno in piedi. Così ho ritrovato la passione per questo sport. Per un paio di anni ho praticato sia l’hockey sia lo sci alpino, fino a quando è stato possibile.

Come è stato rivestire il ruolo di Portabandiera?

Non mi aspettavo di poter svolgere questo importante ruolo. A dicembre mi hanno chiamato e ne sono stato onorato. Durante la cerimonia nello stadio sei il primo ad entrare con tutto lo squadrone e la bandiera, con il pubblico che fa il tifo, ti emoziona e ti carica. Per la nostra squadra è stato breve perchè il giorno dopo avevamo la prima partita. Breve ed intenso. La sfilata con la squadra italiana è stata un’esperienza fantastica che porterò sempre con me.

Come è andata la squadra in queste paralimpiadi?

La squadra è nata nel 2003 e ha perso tutte le partite in grande misura. Anno per anno siamo cresciuti. Avevamo un girone duro con Canada, Svezia, Norvegia. Contro il Canada abbiamo perso, con la Norvegia siamo passati ai rigori, con la Svezia è stata una partita dominata da noi che abbiamo giocato bene. La squadra ha dimostrato di esserci. Nella prima semifinale ci siamo ritrovati gli Stati Uniti e ci siamo detti che dovevamo ancora imparare qualcosa dai maestri, da una delle squadre più forti al mondo. La seconda semifinale con la Corea è stata più nervosa, per una medaglia. Siamo stati condizionati quindi a non giocare così bene per il nervosismo tanto che non siamo riusciti a recuperare il punto al 90’ della Corea. Quella italiana è una squadra che deve far crescere i giovani, tirando dentro i giovani. Per ora è una squadra di veterani e visto che alcuni si ritireranno c’è bisogno del ricambio.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Darò più importanza a far crescere i ragazzi della mia squadra e vorrei dedicarmi di più al reclutamento e alla diffusione del nostro sport. Continuerò a giocare di sicuro e ci sarò al prossimo Mondiale. Si vede anno per anno, se ci saranno giovani sono ben disposto a lasciare il posto.

Quale consiglio dai alle persone che stanno vivendo una condizione traumatica come l’hai passata tu?

Non buttarsi giù, vedere i lati positivi e il bello che si riesce a tirare fuori di sé. La vita va comunque avanti anche se è diversa. Queste persone si devono fare avanti e provare, non serve chiudersi in casa. Bisogna essere positivi e provare sempre senza mai arrendersi.

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