Il garante dei detenuti rivela: “Svolgere compiti socialmente utili fa vincere tutti”

Sono diverse le tematiche che saranno possibilmente affrontate con i nuovi decreti legge: tra queste, quella che è più vicina ad essere approvata, è la parte che riguarda le pene alternative. Un iter, questo, che non è ancora stato completato ma al quale mancano solo alcune approvazioni per essere definitivo. Il decreto – scaturito dagli Stati Generali del 2016 – riguarda «la normativa per facilitare le pene di chi si trova quasi al termine del periodo di carcere o per chi ha commesso reati minori, per evitare il sovraffollamento e tutte le conseguenze che ne derivano». A spiegarlo è Roswitha Flaibani, Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale: «E’ stato inoltre notato che c’è una percentuale di recidiva molto più bassa da parte di chi usufruisce delle pene alternative. Si riduce sensibilmente il rischio che si commetta nuovamente il reato, cosa che invece succede spesso. Nell’immaginario collettivo – dice Roswitha – si pensa che il discorso delle pene alternative sia un incentivo all’uscita preventiva dei detenuti, invece non si accorcia il loro periodo di pena ma semplicemente prende un’altra forma, avvicinandosi nettamente a quello che dovrebbe essere il carcere: un percorso di rieducazione. Il motivo per cui si abbassa il rischio di recidiva è proprio perché c’è una sorte di re-introduzione alla società del detenuto, che a quel punto, una volta uscito definitivamente dal carcere, non si trova spaesato in una società che non conosce più ma con qualche strumento in più per tornare a vivere come un cittadino libero e rispettoso delle leggi». E ancora. Altre attese riguardano la cosiddetta “messa alla prova”: «Si riferisce a tutti quei reati definiti “minori”, come la guida in stato di ebbrezza, denunce per rissa… Anziché la condanna, la persona rimane imputata fino al completamento di una pena che mette, appunto, alla prova l’individuo stesso attraverso lavori socialmente utili. Alla fine del periodo, se superato, la persona non è più imputata né condannata e il reato è cancellato. Anche in questo caso – sottolinea Roswitha – si tratta di un processo di rieducazione e di condanne utili alla persona e alla società». E a proposito di persone e società, Flaibani aggiunge: «Si parla anche di giustizia riparatoria: un processo attraverso il quale il condannato “restituisce qualcosa” alla vittima del reato. E, precisiamo, la vittima può essere una persona fisica o l’intera società. Si tratta di un insegnamento morale con una grande importanza e che manda un messaggio chiaro e fondamentale. Non dimenticherò mai – conclude – la gioia di un carcerato, che fu tra i detenuti coinvolti in un percorso di pet therapy. Al carcere in cui era detenuto, alcuni addestratori cinofili insegnarono ad alcuni carcerati a trattare con i cani, per poi terminare il progetto in azioni in case di riposo e accanto a persone disabili. “Ho fatto qualcosa per qualcuno”, mi disse quel detenuto, “sentivo di doverlo fare”. C’è bisogno di altro per spiegare la grande necessità che c’è di rivedere il sistema carcerario?»

di Sabrina Falanga

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