“Il vero dramma di un carcerato inizia quando si torna alla vita normale”

‘Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato’. Articolo 27 della Costituzione Italiana. Un periodo, quello passato in carcere, che dovrebbe servire al recupero dei detenuti, per fare di loro persone nuove e in grado di affrontare un reinserimento nella società. “Se credete che il dramma di un carcerato sia la sua reclusione, siete ottimisti. Il vero disagio inizia dopo, quando una volta varcato il portone del carcere per uscirne ti accorgi che sei completamente solo. E capisci che dell’articolo 27 non viene proprio rispettato nulla”. Non è la polemica di un manifestante, non è la denuncia di un educatore, non è la battaglia di un politico: è una vera e propria esperienza di chi la prigionia l’ha vissuta sulla sua pelle. È il racconto di Giovanni, per il quale il carcere è stato la sua casa. Per un anno, “355 giorni, precisamente”. Sottolinea il numero delle giornate perché il tempo, in carcere, ha un suo latente modo di manifestarsi. “In carcere tutto acquista un significato diverso da quello che conosciamo. È un altro universo. Una terra con un suo codice da rispettare, un suo linguaggio, i suoi abitanti. Una terra che ti divora, dove rischi di alienarti”. Giovanni oggi ha cinquant’anni. Quando ha varcato per la prima volta le porte del carcere era il luglio del 2012. Il motivo è stato il suo coinvolgimento in una rapina, avvenuta nel 2010, non come autore materiale. Quel giorno è iniziata la sua nuova vita, cambiata per sempre.
“Temevo la prima notte. Con il tempo, invece, ho capito che in carcere tutte le notti sono un momento difficile. Ogni sera rimani solo con te stesso, a pensare. In una stanza di cinque metri per tre, nella quale in genere convivi con due o tre persone, dove se ti svegli per andare in bagno devi pensare a ogni minimo movimento che fai per evitare di svegliare i tuoi compagni. In carcere ogni mattina ci si dà il buongiorno, tra tutti. Ma non ci si augura mai la buonanotte perché si sa che una notte in cella non potrà mai essere buona. Molti detenuti soffrono di insonnia e si imbottiscono di sonniferi. Ciò che provi la notte in carcere è qualcosa che, anche una volta tornato a casa, continuerai a vivere”.
Pensieri, insonnia, tormenti: è la descrizione delle notti dei carcerati. Le notti che fanno da contorno a giorni “che non passano mai. La gente si chiede cosa si fa in carcere, durante il giorno. In carcere si fa la cosa peggiore per un uomo: niente. Le giornate passano tutte uguali, secondo i soliti rituali. Una circolarità che, come un vortice, ti inghiotte. È un niente che ti annulla, ti spegne: osservavo gli altri carcerati, specialmente quelli che da più tempo erano rinchiusi, e notavo che avevano difficoltà a fare qualunque cosa. Non mi sarei stupito se qualcuno di loro mi avesse chiesto come si lava un bicchiere. Se rimani lucido e continui a renderti conto di quanto assurde siano certe cose, significa che sei ancora in te. Ma nel momento in cui la normalità del carcere diventa anche la tua, smettendo quindi di apparirti assurda, in quel momento sei stato annientato anche tu dal sistema. E non hai più modo per tornare indietro. Quella dei suicidi in carcere non è solo una leggenda ma una cruda realtà che viene spesso nascosta”.
E così, come le notti, anche i giorni passano. “Non si può negare che il momento in cui uscirai dal carcere sia l’aspirazione più grande – dice Giovanni – ma bisogna ricordare che c’è gente per cui la ‘fine pena’ non esiste. Come tutti, anche io mi sono sempre chiesto come si può sopravvivere senza impazzire al pensiero di non uscire mai. Poi, un giorno, un condannato a vita me l’ha spiegato senza che io glielo domandassi. E ho capito che chi vive quella condizione non ha altro da fare se non accettarla. E’ l’unica scelta. Non hai alternative. Ti abbandoni a quell’idea, che diventa la tua realtà, il tuo mondo, la tua vita. Ma non è facile nemmeno per chi, invece, come me sa che prima o poi uscirà: il problema più grande, infatti, non è il carcere in sé. Quando sei in carcere… sei lì, basta. Vivi, sopravvivi. E’ il dopo che fa paura. Un dopo a cui non sei più abituato, perché nulla sarà più uguale. Un dopo che non conosci e al quale sei completamente abbandonato”.
La denuncia di Giovanni, infatti, è proprio questa: la solitudine a cui sono costrette le persone che escono dal carcere. “Una solitudine che arriva dalle istituzioni. Se sei fortunato, hai qualcuno fuori che ti aspetta: un genitore, una moglie, un amico. Nella maggior parte dei casi, però, non ci sarà nessuno. E non hai niente. Esci dal carcere e finisci a dormire sotto i ponti, arrivando a chiederti cosa sia peggio. Ed ecco che si stila il lungo elenco di persone che vivono entrando e uscendo dal carcere in continuazione”.
Il giorno in cui Giovanni uscì dal carcere, 355 giorni dopo, lo ricorda bene: “La prima cosa che ho notato erano le automobili. Ne avevo una fortissima paura. Per un anno non solo non avevo più guidato ma le auto non le avevo neppure più viste, né sentite. Questo è solo un esempio di ciò che accade nella tua testa quando sei in carcere: tutto ciò che prima era normalità non esiste più. Sì, io sono stato uno dei pochi, pochissimi fortunati: sono rientrato a lavorare nella mia azienda e avevo accanto persone che non mi hanno mai abbandonato. Ricordo bene le volte in cui, dal carcere, telefonavo a casa: è un momento importante, forse il più importante di tutti perché non ti fa sentire perso. È una certezza, un appiglio. In carcere si può telefonare una volta a settimana, per dieci minuti, ma devi sempre ricordarti di compilare la ‘domandina’ per avere il permesso di telefonare. Quella ‘domandina’ devi compilarla per qualsiasi richiesta tu voglia fare, anche la più insignificante. Non c’è umanità, in carcere. È tutta burocrazia, un meccanismo di regole rigide e fredde. Fredde come le celle, come l’aria che si respira costantemente. Anche la più comune delle cose pare perdere qualsiasi sfumatura umana; l’orario di distribuzione della cena, ad esempio: le 16,30”. Pian piano la vita di Giovanni è tornata alla normalità, “anche se normalità è un concetto non più così scontato, per me. C’era la normalità della mia vita precedente, la normalità del carcere… Non esiste un unico concetto di normalità. Così come, per me, ha perso di significato anche il concetto di recupero, di cui si parla nella Costituzione: il recupero è molto legato alla vita personale di ogni carcerato. Se hai qualcuno fuori che ti aspetta, se hai un lavoro, una casa… Puoi salvarti. Altrimenti il tuo destino è già segnato: i tuoi giorni sono di nuovo in quelle gabbie fredde”. La disperazione a cui ha assistito in carcere, Giovanni non la dimenticherà mai. Ed è proprio da quella sofferenza che nasce il suo desiderio: “Parlarne il più possibile. Anzi, parlarne. Perché sulla situazione delle carceri c’è ancora troppo silenzio”.

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