Le misure alternative alla detenzione: cosa sono e cosa cambia

Quando viene commesso un reato ci si aspetta sempre che l’autore del medesimo venga punito attraverso la detenzione in carcere. Secondo il sentire comune solo l’applicazione di una pena detentiva può infatti garantire davvero la diminuzione della criminalità. Tale idea si fonda tuttavia su un retaggio storico infondato secondo cui più la pena è severa (quindi il carcere) più si riduce il rischio di commissione di nuovi reati. Ci si dimentica, invece, di considerare che spesso il carcere non è funzionale alla rieducazione del condannato, ma anzi rischia di ostacolarla.
In passato alla pena veniva attribuita esclusivamente una funzione retributiva: il corrispettivo per il male commesso. Ciò derivava dall’idea che dal punto di vista etico al male non possa che seguire il male. Dal punto di vista giuridico, invece, tale concezione risultava giustificata perché il reato rappresenta una forma di ribellione allo Stato. A tale funzione tradizionalmente attribuita alla pena si affiancano oggi una funzione di tipo preventivo generale consistente nell’esigenza di distogliere le persone dalla commissione di reati e una funzione di tipo preventivo speciale consistente nell’azione diretta al singolo per impedirgli di commettere un nuovo reato. Pertanto, negli ordinamenti moderni è stata superata la concezione esclusivamente retributiva della pena in favore del reinserimento sociale del reo (come peraltro sancito a livello costituzionale dall’art. 27, co. 3). Alla luce della plurifunzionalitá della pena nel tempo si assiste di conseguenza alla crisi delle pene di tipo detentivo: se la pena deve tendere alla rieducazione del reo, tenerlo in carcere talvolta non solo non serve, ma è addirittura controindicato. Ecco dunque che storicamente a tale presa di consapevolezza consegue il potenziamento delle misure non carcerarie tra cui le misure alternative alla detenzione. Esse vengono introdotte da una legge del 1975 (n. 354) e incidono sulla fase esecutiva della pena detentiva. Tra queste misure si annoverano l’affidamento in prova al servizio sociale, la detenzione domiciliare e il regime di semilibertá. Affidamento in prova al servizio sociale: può trovare applicazione quando la pena detentiva non supera i tre anni (o i quattro anni in determinate ipotesi) e consiste nella possibilità per il condannato di essere affidato al servizio sociale fuori dall’istituto per un periodo uguale a quello da espiare. La sua applicazione presuppone l’osservazione del comportamento del soggetto e la convinzione che tale misura contribuisca alla rieducazione senza che vi sia pericolo di commissione di altri reati.
Detenzione domiciliare: può essere disposta solo nel caso in cui il soggetto non sia stato condannato per determinati delitti e consiste nella possibilità di espiare la pena nella propria abitazione o in altro luogo pubblico di cura, assistenza ed accoglienza. Destinatari potenziali di tale misura sono solo determinati soggetti quali, a titolo esemplificativo, donne incinte, persone in condizioni di salute particolarmente gravi.
Regime di semilibertà: consiste nalla possibilità di trascorrere parte del giorno fuori dall’istituto per svolgere attività lavorative, istruttive o comunque utili al reinserimento sociale. Nella stessa direzione si muove oggi la riforma penitenziaria Orlando che non nasce (o quantomeno non solo nasce) dall’esigenza di ridurre la popolazione carceraria a seguito della celebre Sentenza Torreggiani, ma con l’obiettivo di potenziare il percorso rieducativo del reo. Quanto all’affidamento in prova il limite ordinario viene portato ad anni 4 anziché 3 in linea con la modifica apportata già nel 2013 che prevedeva in determinate ipotesi (indicate nell’art. 47, co. 3 bis, o.p.) l’applicazione della misura anche nel caso di pena sino a 4 anni. Viene inoltre dato rilievo alle condotte riparatorie quali lo svolgimento di attività socialmente utili ovvero gli impegni volti ad eliminare le conseguenze del reato. È inoltre prevista l’applicabilitá della misura in favore dei condannati con infermità psichica. In questa ipotesi il soggetto svolge il programma presso una struttura sanitaria. Quanto, invece, alla detenzione domiciliare, essa viene ampliata in favore della madre (o del padre) se il figlio è affetto da una grave forma di disabilità.
Anche con riferimento alla semilibertà vengono ridotti i limiti di applicazione (in particolare per i condannati all’ergastolo). Inoltre i presupposti di applicazione dela liberazione condizionale, inquadrata tra le misure alternative, vengono rimodellati in modo da ampliare il novero dei beneficiari. Si tratta dunque di un ampliamento dell’ambito applicativo delle misure alternative alla detenzione senza dubbio significativo. Tuttavia la portata delle modifiche illustrate è modesta atteso che l’applicazione delle misure citate lungi dall’essere automatica, continua a implicare una valutazione da parte del magistrato.

di Giulia Candelone

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