Prigioni: Italia meglio solo del Terzo Mondo

E’ strano pensare come in ogni ambito il nostro bel Paese rimanga il più delle volte nella mediocrità. Se vale ciò che disse Dostoevskij, “Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni”, ripreso in innumerevoli aforismi attribuiti a molti, siamo lì, nella mediocrità. A salvarci dalla parte bassa della classifica mondiale è il Terzo Mondo e tutti quei Paesi che non rispettano e probabilmente neanche comprendono il concetto di diritti umani. Sì, perché nonostante gli sforzi il nostro sistema penitenziario è lontano dalla modernità che il pensiero politico-filosofico dell’Occidente ha raggiunto. Eppure i presupposti ci sarebbero.
L’ordinamento penitenziario, a tutt’oggi, fa riferimento alla Legge n.354 del 1975, una Legge moderna e progressista, ma raramente rispettata. Il concetto di base è la riabilitazione della persona alla vita civile nel proprio contesto di appartenenza, ma le risorse a disposizione delle strutture penitenziarie, come degli uffici di Esecuzione Penale Esterna, sono realisticamente troppo poche, mal suddivise e mal gestite. La frustrazione di coloro che scelgono di lavorare nel settore penitenziario è evidente: tornare a casa ogni sera con un bilancio di più sconfitte rispetto alle vittorie è faticoso, emotivamente e fisicamente, il rischio di stress lavoro correlato è altissimo. Il sovraffollamento è all’ordine del giorno, naturalmente dovuto ad una gran quantità di persone recluse in attesa di giudizio, a fine pena o reclusi anziché indirizzati in strutture per la cura di malattie psichiatriche, almeno per il 50% cittadini immigrati all’oscuro della legge che hanno violato, oppure senza scelta. E la pancia della cittadinanza continua a gridare alla “pena più severa”, senza pensare un solo secondo come ci si sente punito, all’angolo, umiliato, etichettato e discriminato. Già, perché è semplice giudicare qualcuno colpevole, ma è tra le sfide più faticose l’empatia con il condannato.
Il paradosso di avere una Legge moderna senza le risorse necessarie per attuarla è tipico del nostro ordinamento. E superare gli impasse sui finanziamenti al sistema penitenziario passano dalla politica, che rende conto agli elettori, i quali hanno una lunga lista di priorità rispetto ai detenuti nelle carceri italiane. La strada del cambiamento passa dalla lungimiranza di chi ha il compito di legiferare, dote che pare estremamente rara di questi tempi.
Ma mai come in questi ultimi tre anni abbiamo sentito parlare di Carcere e di riforma dell’esecuzione penale. Complice la sentenza della Corte Europea di Giustizia contro l’Italia, condannata per “pene inumane e degradanti”, ma anche per iniziativa del Ministero di Grazia e Giustizia che nel 2016 ha convocato e tenuto gli “Stati generali dell’esecuzione penale”. Ci si avvia dunque verso una nuova pagina di riforma dell’ordinamento penitenziario, augurandoci in un futuro di maggiori risorse, unica vera possibilità di riduzione della recidiva e della risocializzazione degli individui che hanno commesso un reato. I decreti attuativi della nuova “riforma della riforma”sono prossimi all’approvazione.
Ma come far conoscere e comprendere la necessità e la portata di questi provvedimenti? Un pensiero che può aiutarci a ragionare sulla natura della criminalità è semplice e basilare: ogni volta che giudichiamo una persona rispetto ai suoi errori, chiediamoci se noi saremmo mai disposti a fare ciò che quella persona ha fatto, rispondiamoci con sincerità. Se la risposta è affermativa sapremo condividere il senso di colpa; se è negativa invece ci potrà apparire chiaro come chi commette un reato che devia ampiamente dal canone di normalità vigente, probabilmente la sua mente non cammina come la nostra. Ci sarà facile allora accettare che questa persona abbia bisogno di essere aiutata, certamente non punita ma avviata ad una giustizia ripartiva per sé e per le vittime del suo reato.
Quindi, se possiamo sicuramente ammettere che molto è stato fatto negli ultimi tempi sia a livello legislativo, che amministrativo, lo è altrettanto riconoscere che la realtà carceraria è ancora molto lontana da quanto sancito dalla Costituzione.
Basterebbe ricordare l’alto numero di suicidi e di gesti autolesionistici, gli episodi di violenza, l’insorgenza di preoccupanti casi di malattie mentali, le carenze igieniche e l’inadeguatezza dell’assistenza sanitaria, l’endemica mancanza di lavoro intra ed extra murario, l’ancora troppo scarso ricorso alle misure alternative, le carenze dell’assistenza post-penitenziaria, l’elevata percentuale dei casi di recidiva.
E’ doveroso un invito alle nuove forze politiche emerse a non dimenticare i cittadini in stato di riabilitazione, perché comunque, condannati o in via di giudizio, restano cittadini detentori di diritti fondamentali.

di Federico Bodo

Rispondi