Quando una donna indossa la divisa: la storia di Rosanna, agente penitenziario

Sono circa 3200 le donne che, in Italia, indossano la divisa da Agente Penitenziario: quella figura che forma il Corpo di Polizia Penitenziaria, dipendente dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia. Si tratta, dunque, degli agenti che la conoscenza collettiva colloca generalmente nelle carceri e nelle situazioni in cui vi è necessaria la vigilanza di persone sottoposte a custodia, anche se il ruolo della Polizia Penitenziaria può ricoprire, in realtà, anche altre mansioni.
L’ammissione delle donne nel Corpo in questione risale alla fine degli anni settanta: da allora, il numero delle Agenti presenti è sempre più crescente, sintomo di un desiderio di avvicinamento da parte del mondo femminile a questi ruoli. Desiderio in parte stimolato anche dai cambiamenti che, anche se lentamente, stanno avvenendo nella microsocietà della Penitenziaria: secondo un convegno organizzato dalla Funziona Pubblica della Cgil, molte intervistate hanno affermato di aver notato piccoli segnali di miglioramento per quanto riguarda il maschilismo spesso denunciato.
«Posso dire, infatti, di non aver mai percepito, sulla mia pelle, pregiudizi di genere» racconta Rosanna Giannotta, ex Agente di Polizia Penitenziaria, oggi in pensione; «Ho iniziato a lavorare nel 1984, fui assunta come trimestrale. Il mio inizio è stato dei più semplici: cercavo lavoro e sapevo che c’era, in corso, l’assunzione di Agenti. Mi proposi e fui presa in carico. Era un carcere diverso, quello di allora. Più duro, per quanto riguarda il comportamento di alcune detenute. Negli anni ‘90 arrivarono le prime leggi riguardanti la buona condotta, che hanno sicuramente aiutato i carcerati a comportarsi in maniera adeguata alle regole per ricevere le agevolazioni in cui speravano. Uno dei aspetti che più amavo del mio lavoro, comunque, era notare i cambiamenti profondi che avvenivano in alcune detenute. Percorsi che portavano alcune di loro a diventare più tranquille, più serene: un segnale che qualcosa aveva funzionato. Ho amato il mio lavoro fin da subito. E fin da subito capii che si trattava di destino: ho sentito di appartenere alla divisa fin dal primo giorno e non l’ho mai ostentata, proprio perché la onoravo. Era puro orgoglio, il mio. Lo è tuttora».
Venticinque anni di lavoro quotidiano, in uno degli ambienti sociali più delicati: il carcere. «Non importa chi tu sia, all’interno delle mura carcerarie: ciò che conta è imparare a portare rispetto alle persone con cui condividi le tue giornate. Dai tuoi superiori alle colleghe, dalle detenute agli operatori che intervengono. È l’unico modo per creare un ambiente sereno intorno a te e per ricevere, a tua volta, il giusto rispetto. Da parte di tutti. Detenute comprese. Lavorare in un carcere – continua Rosanna – non è semplice: ci sono momenti difficili da gestire, come quelli di tensione. Però è un mondo da cui ricevere anche positività di cui essere grati: ho diversi ricordi di piccoli gesti d’affetto da parte delle carcerate, che in quelle situazioni diventano immensi».
Un bel rapporto, dunque, tra Agente e detenuti: una conferma che arriva sempre dal convegno di Cgil, di cui si legge che “non sono i rapporti con detenuti e detenute a costituire un problema. Oltre il 90 per cento delle lavoratrici si sente rispettata esattamente come qualunque altro collega o anche più degli uomini” ma – continua – il maschilismo che ancora a volte si presenta “è un problema rappresentato dai rapporti con i colleghi”.
«Un aspetto importante che ho imparato del carcere è quello di approcciarsi all’altro con il massimo rispetto per quella che è stata e che è la sua vita: non bisogna – dice Rosanna – cedere alla curiosità dei reati o delle esistenze delle detenute per puro “spirito di gossip”. Prima di essere delle carcerate, sono delle persone. Così come ognuno ha diritto alla privacy della propria vita, allo stesso modo è doveroso riconoscerla anche a loro. È un insegnamento, questo, che mi sono portata anche nella mia quotidianità personale, al di fuori del lavoro: la massima osservanza nei confronti della vita delle persone».
L’altra faccia del carcere ha gli occhi di chi le sbarre le guarda da fuori. Donne, uomini. Occhi che ne incontrano altri, di quelli che le sbarre le guardano da dentro. Donne, uomini. Non c’è differenza.
Ciò che differenzia un Agente dalle persone comuni è la loro possibilità – e capacità – di osservare una realtà sconosciuta ai più in maniera diretta, senza filtri. A volte dolorosa. Comunque emozionante. Una realtà che parla di persone e di un intero Paese perché, come dice Nelson Mandela, “si dice che non si conosce veramente una nazione finché non si sia stati nelle sue galere. Una nazione dovrebbe essere giudicata da come tratta non i cittadini più prestigiosi ma i cittadini più umili”.

di Sabrina Falanga

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