Attenzione all’aggressività verbale

Violenza subita e violenza assistita: sono stati questi i macrotemi oggetto di una conferenza tenuta dalle psicologhe e psicoterapeute Mari De Pascale e Simona Ramella Paia. Una serata dedicata all’approfondimento delle due tipologie di violenza, alle differenze tra una e l’altra, alle conseguenze e ai metodi di aiuto dedicati alle donne vittime.
«E’ fondamentale diffondere la comunicazione sull’esistenza in particolar modo della violenza assistita: quando si parla di violenza – spiega De Pascale – ci si riferisce in genere a quella che una donna, o un individuo in difficoltà, subiscono in prima persona. Esiste, invece, anche il fenomeno che parla di tutti quegli atteggiamenti violenti a cui una persona assiste senza subirla e ci si riferisce più specificatamente a bambini costretti in situazioni familiari in cui esiste dell’aggressività».
Violenza: un termine che intende contiene, in sé, numerosi significati. Durante il convegno, infatti, si è discusso delle «tante tipologie di violenza esistente, perché non c’è solo quella fisica. Ci sono altre forme di dolore inflitte – ha raccontato Ramella Paia –, come la violenza psicologica, quella economica, quella sessuale. Sono sofferenze più difficili da individuare, perché non generano segnali fisici che potrebbero dare l’allarme, ma non meno gravi. Le conseguenze, infatti, non sono inferiori a quelle apportate dalla violenza fisica: si tratta di traumi che influiscono in maniera profondamente negativa sulla serenità di una donna e che prevedono un lungo percorso di riabilitazione psicologica». La conferenza, dicevamo, si è sviluppata in particolar modo sulle conseguenze della violenza assistita: «E’ la terribile condizione in cui un minore si trova ad assistere a episodi ripetuti di violenza, presenti nell’ambito familiare. Episodi che si trasformano in ricordi indelebili, in ferite psicologiche che rischiano di contaminare la naturale crescita di un ragazzino. I sentimenti vissuti da un bambino obbligato a vivere certe situazioni sono quelli di umiliazione, ansia, terrore, paura. Vivono costantemente in un clima teso, come se qualcosa dovesse sempre accadere all’improvviso. Per difendersi – ha detto Ramella Paia – il minore potrebbe mettere in atto schemi psicologici ben conosciuti dai professionisti ma difficili da comprendere dai più: la dissociazione, ad esempio, la capacità cioè di non ricordare quanto assistito nonostante nell’inconscio non lo si è dimenticato. Questo porterà l’individuo a essere sempre influenzato da quanto esiste nel suo inconscio, nonostante non se ne renda conto. Non solo: esistono situazioni in cui un bambino arriva addirittura a non sentire le urla, i rumori, perché psicologicamente entra in un mondo protetto nel quale anche il suo fisico reagisce in difesa».
Le conseguenze a lungo termine sono devastanti: un bambino può crescere con il rischio di commettere, a sua volta, violenza da adulto; una bambina può crescere con il rischio di diventare, a sua volta, vittima di violenza da adulta. Non solo: si è notato che chi è stato obbligato ad assistere a violenza, ha sviluppato durante l’adolescenza depressione, disturbi alimentari, crisi umorali e dipendenze.
«E’ difficile individuare un metodo attuabile sulla società che possa prevenire la violenza – conclude De Pascale -. Parlarne è certamente il primo passo, ma parlarne in termini utili e concreti: si tende, infatti, a porre l’attenzione sul problema solamente quando accadono fatti di cronaca molto gravi. I media sottolineano con termini sensazionalistici quanto avvenuto, ma è fondamentale individuare dei piani d’azione che puntino a sensibilizzare sul quotidiano, sulla capacità di vedere cosa accade ai nostri vicini di casa ed eventualmente non avere paura di capire come intervenire. Viviamo in una società fortemente individualista in cui appare difficile accorgersi di cosa accade a poca distanza da noi: forse è proprio su questo che bisogna lavorare, sulla voglia di tornare a essere comunità e non solo individui soli a noi stessi».

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