Diario di bordo: Kenia

Diario di bordo: Kenia

5 Apr 2018 0 Di il cosmo

Dicembre 2016. Sono appena tornata dalla gelida Russia, dove ho trascorso tre mesi studiando la lingua. Arrivo in Italia il giorno della Vigilia di Natale e, senza nemmeno avere il tempo di disfare una valigia, il 26 ne ho già preparata un’altra e sono di nuovo in aereo. Temo lo sbalzo termico, perciò mi vesto così tanto a cipolla che a Tropea potrei passare inosservata. Io, Luca e Patrizia (il mio compagno e sua madre) trascorreremo infatti dieci giorni nella soleggiata Watamu, una piccola città costiera del Kenya. Se qualche giorno fa non potevo uscire di casa senza la sciarpa e il cappello, oggi, scendendo dall’aereo, fa così caldo che sento la maglietta appiccicarsi alla schiena. Siamo a Mombasa, sono circa le 8 di mattina e ci sono 34 gradi. In aeroporto facciamo soltanto la coda per il visto d’ingresso, che ci costa circa 40 euro, e poi ci avviamo. Il pulmino che ci porterà a Watamu, uscito direttamente dal set di un film anni ‘60, scricchiola e sembra intenzionato a centrare ogni buca. Attraversando il centro constatiamo che la città, piena di locali, ma anche di baracche e di fogne a cielo aperto, brulica di gente. Non sono mai stata in Africa e rimango per tutto il viaggio con la fronte incollata al finestrino: non ho mai visto nulla di simile. Mi sembra quasi di essere stata catapultata in un altro mondo, un universo antitetico, allo stesso tempo variopinto e scolorito, profumato e maleodorante, terribile e stupendo. Due bambini dal sorriso radioso giocano con un pallone fatto di stracci, rincorrendosi in un’immensa baraccopoli di lamiere che si perde a vista d’occhio. Quando arriviamo a Watamu, località turistica per eccellenza, nei pressi del nostro resort la situazione è completamente diversa. La ricchezza e lo sfarzo del luogo in cui trascorreremo la vacanza, se paragonati alla povertà e alla semplicità di cui abbiamo appena avuto un esempio, mi feriscono profondamente. Al nostro arrivo ci viene offerto del freschissimo succo di mango, che accetto con qualche senso di colpa, pensando ancora ai bimbi di poco fa. Il nostro bungalow, circondato da un giardino meraviglioso, si trova a pochi metri dalla spiaggia. La camera è principesca, ma a colpirmi è soprattutto l’enorme zanzariera che circonda il letto; le zanzare in Kenya sono molto pericolose poiché la loro puntura potrebbe trasmettere la malaria. Alzo lo sguardo e noto due simpatici gechi che si rincorrono zampettando sul soffitto. Non ho paura di questi buffi animali, ma sento un brivido solo all’idea di essere svegliata, durante la notte, dalla caduta di uno dei due rettili proprio sulla mia faccia. Una volta lasciati i bagagli, vorremmo rinfrescarci subito in piscina, ma sentiamo uno strano rumore proveniente dal ristorante: i camerieri stanno suonando un tamburo ballando in cerchio, battendo le mani e cantando. È ora di pranzo e scopriamo così che questa danza viene riprodotta tre volte al giorno, prima di ogni pasto. Ci lanciamo sul buffet, afferrando qualsiasi cosa sia commestibile; il pesce e la frutta, freschissimi prodotti locali, non assomigliano nemmeno lontanamente a quelli italiani. Patrizia, che è già stata in Kenya parecchie volte, ci parla del fenomeno dei beach boys, ragazzi del luogo che tampinano i turisti in spiaggia, offrendosi come guide per escursioni o safari. Alcune di queste persone sono insistenti e cercano in tutti i modi di spillare i soldi agli ignari visitatori, altre invece si appoggiano ad agenzie di turismo locali, offrendo un ottimo servizio ad un prezzo davvero conveniente. Il nostro primo pranzo in Africa si conclude così, tra due chiacchiere con i miei compagni di viaggio e tre quintali di maracuja nello stomaco.
Mi rendo conto di aver esagerato con il cibo solo quando, dopo l’ultima forchettata, quasi non riesco quasi ad alzarmi dalla sedia.
E questo è solo l’inizio.

Continua…