I WakeUpCall fanno diventare punk anche Beethoven

Loro sono i WakeUpCall, rock band romana e If Beethoven was a punk il loro nuovo disco, un progetto ambizioso e ben articolato che comprende anche un fumetto. Se siete curiosi di come potrebbe stare Beethoven con un chiodo di pelle e i jeans strappati leggetevi questa intervista a Tommy, cantante della band, frutto di una chacchierata davanti ad un bicchiere di vino, anzi, due.

Ciao, ci racconti chi sono i WakeUpCall?
I WakeUpCall sono una rock band di base a Roma, nata qualche anno fa dalle ceneri di un precedente progetto insieme a mio fratello Olly, il chitarrista della band. Suoniamo da quando eravamo piccoli e i WakeUpCall sono nati nel momento in cui abbiamo smesso di giocare e ci siamo convinti che questa doveva essere la strada della nostra vita. Sono nati i WakeUpCall grazie anche alla collaborazione che ci propose Beau Hill (produttore americano di Alice Cooper, Ratt, Eric Clapton e tanti altri…), da quel momento abbiamo registrato un paio di album e fatto quasi 300 concerti in Europa, Russia e Cina.

Come è nata l’idea di If Beethoven was a punk?
Io e mio fratello siamo cresciuti con tantissima musica classica in casa, quando eravamo piccoli nostro padre ci metteva i dischi di Wagner e Beethoven in salone e ci scatenavamo con guerre, lotte e corse varie. Poi Olly ha approfondito anche la questione con la chitarra classica e i suoi vari diplomi e lauree al conservatorio. Ad un certo punto stavamo scrivendo una nuova canzone e per scherzare durante lo special ci suona l’inno alla gioia. Prima sono sbottato a ridere, poi ci siamo guardati e l’abbiamo risuonato ed effettivamente ci stava a pennello, però non ci siamo presi molto sul serio. Un mese dopo mi porta una demo e mi dice di ascoltarla, era la prima versione del brano If Beethoven was a punk, che durava 10 minuti! Era folle, ma geniale e mi sono convinto. Ho iniziato a tagliare il brano e siamo riusciti ad arrivare al compromesso che sentite oggi nella versione da 7 minuti sul disco. Da quel momento abbiamo deciso che era una cosa importante e valeva la pena farci un disco intero e ci siamo messi a scrivere.

If Beethoven was a punk è un vero e proprio concept album, accompagnato da un fumetto. Mi racconti questa collaborazione?
Avevamo appena finito di scrivere il disco e casualmente Andrea Dezzi di Made in Tomorrow, con cui avevamo collaborato già diverse volte per uno spot pubblicitario e alcuni eventi, ci chiese di incontrarlo e ci propose di fare una app fumetto per una canzone nostra vecchia. Ci sembrava un ottimo progetto ma, visto che avevamo appena finito di scrivere questo album giàdi per sé folle e ormai mi figuravo Beethoven con una giacca di pelle e gli anfibi, fatto 30, abbiamo pensato, “ma sì, facciamo 100”. L’idea gli piacque subito e da li iniziò il lavoro, che non fu facilissimo e con tempi brevissimi. In realtà la sceneggiatura della storia venne fuori abbastanza facilmente e velocemente, tra le sue idee e le nostre idee fu facile. La parte poi di realizzazione invece prese quasi un anno di tempo, alla fine da qualche pagina di fumetto, siamo arrivati a 60 pagine, insomma da disegnare c’era tanto. Valutammo vari fumettisti per disegnarlo, alcuni anche abbastanza famosi, ma giustamente insieme ad Andrea decidemmo di dare la possibilità ad un’artista emergente, come lo siamo noi, di avere la sua occasione.

Il fumetto incomincia con Alex, il protagonista, a un passo dal mollare il mondo della musica. Che cosa demoralizza chi di musica in Italia cerca di vivere?
La sceneggiatura del fumetto è venuta fuori facilmente, anche perchè molte cose sono quasi autobiografiche, le difficoltà di Alex sono le stesse nostre e ben descritte nel fumetto. La musica live underground è ad un passo dal decesso, la gente preferisce andare in discoteca o al pub o a mangiare una pizza con la tribute band di sottofondo. Il pubblico è pigro, non si muove per scoprire nulla e la quantità di artisti o pseudo tali è talmente elevata che quelli bravi rimangono sommersi sotto una quantità di altra roba e difficili da scovare.

Eppure in Italia ci sono musicisti bravissimi, perchè le band non escono? Com’è possibile?
Per vivere di musica la maggior parte studiano per diventare poi turnisti o insegnanti, ho visto tantissima qualità, ma pochissima tenacia tra i musicisti italiani. Si mette da parte il lato artistico per la necessità di guadagnare e mangiare, giustamente, lo capisco, ma non lo condivido, almeno è una cosa che io non vorrei fare.

Ogni anno andate in tour in Russia, come vi trovate? Comè il pubblico russo?
Vale la pena di fare tutti quei chilometri ogni anno. In Russia riusciamo a fare sempre bei concerti con un buon numero di presenti, abbiamo la sensazione di fare un percorso e un minimo di crescita ogni volta, cosa particolarmente difficile se non impossibile in Italia. E il pubblico russo è pazzesco, anche in caso di serate con poca gente, quelle poche persone ti danno sempre un’energia incredibile per fare un concerto al massimo. Adoriamo la Russia e ci torneremo sicuramente.

Quest’anno siete anche andati in Cina. Ci raccontate questa esperienza?
La Cina è stata faticosissima, e parlate con una band che in Russia fa per 20 giorni di seguito concerti e tra i 500 e i 1000 km al giorno, spesso dormendo in furgone poche ore. Al di là dei concerti ci siamo confrontati con una realtà particolarmente diversa dalla nostra sotto quasi tutti i punti di vista. Siamo stati poco tempo, una decina di giorni e quindi non ci siamo abituati al fuso orario che ci ha massacrati, dormivamo zero, mangiavamo a orari strani, però è stata un’esperienza importante, sia culturalmente parlando, che per la band, speriamo abbia aperto alcune porte: dovrebbe uscire a breve il nostro album con una distribuzione cinese e speriamo anche li di tornare presto.

Il rock in Italia è un genere che sembra non riuscire a decollare. Quali sono secondo te le motivazioni?
Fondamentalmente nonostante ci siano migliaia di persone che lo ascoltano e tante altre migliaia che lo suonano, chi decide cosa decolla e cosa no continua a pensare che il rock non faccia culturalmente parte di questo paese. Ho una band di amici molto bravi che hanno fatto un bel disco e hanno provato a mandarlo ad etichette serie rock e metal europee di un certo livello, qualcuna gli ha risposto così (giuro) “il prodotto è valido, ma nel business nessuno prenderà mai sul serio una band di questo genere proveniente da Italia, Spagna, Grecia”. Ora a me questa cosa fa terribilmente arrabbiare, però è così che la si pensa, ovvero che gli italiani è meglio che facciano pasta e tarantella. E ok che all’estero la pensino così, è anche normale visto che a parte i Lacuna Coil di rock e metal internazionale non è mai uscito nulla da questo paese, ma la cosa triste è che, qui, chi potrebbe far uscire qualche cosa di serio la pensa nello stesso modo e quindi non si muove niente ai piani alti. A me del resto non me ne frega niente, perchè le band forti i Italia ci sono e il rock attraverserà pure un momento brutto, ma non morirà mai e prima o poi qualcosa di buono uscirà anche dall’Italia. Se poi il pubblico invece di andarsi a vedere il tributo ai Guns n Roses alzasse il sedere e andasse a sostenere le band originali giovani nei locali di musica live allora ci sarebbe una bella spinta anche dal basso!

If Beethoven Was a Punk è anche uno spettacolo. Com’è strutturato?
Si abbiamo pensato che con tutta questa storia e queste 60 pagine a colori, sarebbe stato uno spreco fare solo un concerto normale. Nello spettacolo c’è un narratore che racconta la storia di Alex, mentre sullo sfondo si proiettano le tavole del fumetto e alla fine di ogni capitolo suoniamo la canzone dedicata a quel capitolo, proprio come se si leggesse il fumetto. Lo abbiamo messo in scena due volte a Roma, con due sold out e poi anche a Firenze e Palermo. La verità è che ci piacerebbe molto trasformarlo in un vero spettacolo con una regia ben curata e portarlo nei teatri in giro, ma dobbiamo trovare i giusti contatti
Per il momento lo stiamo presentando anche in versione acustica/unplugged, più facile da proporre nei locali e nelle gallerie, volumi meno assordanti e quindi funziona anche nei posti più piccoli, come la serata che faremo il 6 Aprile a Impact Hub a San Lorenzo a Roma (https://www.facebook.com/events/352720428574464/)
E’ stato un lavoro non facile, vista la complessità delle canzoni, riarrangiare il disco in acustico, ma è stato molto stimolante e siamo contenti del risultato, abbiamo fatto una piccola prima sold out alla Dolce Vita Gallery a Roma e adesso ripeteremo a San Lorenzo il 6 aprile.

Consigli per gli ascolti. Nomina tre band italiane che ci consigli di ascoltare.
I miei preferiti di sempre: The Fire. Poi Noise From Nowhere e i nuovissimi Alphawolves

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