Quando è configurabile il reato di stalking?

Quando è configurabile il reato di stalking?
Attualmente si sta assistendo ad un incremento rilevante dei procedimenti penali per il delitto di atti persecutori o, come più diffusamente conosciuto, “stalking”. Proprio per tale ragione conoscere come il nostro ordinamento disciplina detto reato appare di estrema importanza. Innanzitutto é bene sapere che sebbene i media utilizzino il termine inglese “stalking” (letteramente “fare la posta alla preda”), il codice penale italiano (art. 612 bis) parla di “atti persecutori”.
Il reato è stato inserito nel nostro ordinamento solo nel 2009 (nettamente in ritardo rispetto ad altri ordinamenti come gli Stati Uniti ove già negli anni 90’ viene sentita l’esigenza di occuparsi del fenomeno) con la finalità di rafforzare la tutela contro particolari ipotesi di condotte aggressive che in passato, proprio per le loro peculiarità, difficilmente venivano adeguatamente perseguite. Inoltre l’esigenza di inserire una norma ad hoc per tali atti si è reso necessario poiché spesso essi anticipano la commissione di delitti ben più gravi quali l’omicidio.
Il bene tutelato dalla norma che prevede il delitto è rappresentaro dalla libertà morale, oltre che da quella fisica. Ogni persona ha infatti il diritto di condurre la propria esistenza senza essere costretto a subire interferenze di alcun genere, né psichiche, né tantomeno fisiche.
Si tratta di un reato abituale. Pertanto per l’integrazione del medesimo occorre la reiterazione (quantomeno deve trattarsi di due azioni indipendentemente dal piú o meno lungo lasso temporale intercorrente tra gli stessi) della condotta di minaccia o di molestia dalla quale derivino alternativamente tre eventi: il perdurante e grave stato di ansia o paura della vittima (disagio psichico), il fondato timore per la propria incolumità o per quella di una persona cara, la costrizione ad alterare le proprie abitudini di vita. Quindi non è necessario che gli atti producano una patologia, ma basta che da essi derivi una destabilizzazione a livello psicologico. Ovviamente considerato che le conseguenze dannose riguardano la sfera psichica, l’accertamento non è sempre agevole. Le condotte più frequenti mediante le quali viene perpetrato il reato consistono nell’attendere, seguire la vittima, appostarsi sotto la sua abitazione o sul luogo di lavoro, contattarla telefonicamente in modo insistente, minacciarla di usare violenza. Sotto il profilo soggettivo è sufficiente il dolo generico: deve cioè emergere che il soggetto sia stato consapevole che la condotta era idonea a causare quantomeno uno degli eventi indicati dalla norma. Quanto al trattamento sanzionatorio il legistatore ha previsto la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se però l’autore del reato è il coniuge della vittima, una persona che è o è stata legata ad essa da una relazione affettiva ovvero il delitto è commesso mediante l’utilizzo di strumenti informatici o telematici la pena è aumentata di un terzo. L’aumento di pena arriva sino alla metà rispetto a quella base nei casi in cui il fatto sia commesso a danno di un minore, di una donna in gravidanza o di una persona disabile ovvero ancora quando il reato sia stato posto in essere con armi o da persona travisata.
Un ultimo aspetto su cui soffermarsi attiene alla procedibilità. Di regola il reato è procedibile a querela di parte, la vittima deve cioè necessariamente presentare una querela (nel termine di sei mesi dal fatto e non nel piú breve termine di 90 giorni generalmente previsto per altri reati) affinché sorga un procedimento penale. Tuttavia nei casi più gravi, come quando il reato è stato commesso a danno di un minore o da persona già ammonita, esso è procedibile d’ufficio senza che sia dunque necessario presentare querela.

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