Tonya Harding: ghiaccio amaro per la pattinatrice

Tonya Harding: ghiaccio amaro per la pattinatrice

5 Apr 2018 0 Di il cosmo

Quando il sonno della ragione (sportiva) genera mostri

La storia di Tonya Harding torna sui giornali. Non tra le pagine sportive o di cronaca, ma tra quelle di spettacolo. È uscito nelle sale cinematografiche italiane in questi giorni “Io, Tonya”, la biopic sulla vita della pattinatrice statunitense degli anni ‘90. La Harding entra nella storia del pattinaggio su ghiaccio quando nel febbraio 1991 tenta con successo il triplo Axel, prima americana in una gara internazionale a compiere uno dei salti ancora oggi molto poco praticati dalle donne per la sua difficoltà. Arriva anche quarta all’Olimpiade di Albertville, ai piedi del podio composto dalle connazionali Kristi Yamagouchi (oro) e Nancy Kerrigan (bronzo) e dalla giapponese Midori Ito (argento).

Harding Vs Kerrigan: il punto di vista dei mass media

Negli anni la rivalità tra Tonya Harding e Nancy Kerrigan cresce non solo per l’agonismo, ma per il ruolo decisivo che hanno anche i mass media dell’epoca che tendono a idealizzare come “l’atleta buona” la Kerrigan rifilando il ruolo di quella “cattiva” alla Harding. Viene intrecciata una storia di inimicizia per aumentare la tensione e la spettacolarità fino a trasformarle nel simbolo di una certa America. Lineamenti del viso duri e da bullo, capelli cotonati, trucco pesante e carattere forte caratterizzavano la Harding e i cronisti mettevano in risalto la potenza, l’aggressività e la velocità di una donna prettamente atletica. Nancy Kerrigan era più acqua e sapone, la brava ragazza (un po’ meno nei fuori onda). Entrambe venivano da famiglie povere i cui genitori lavoravano il doppio e il triplo per pagare loro le lezioni. Ma erano due povertà diverse. La povertà della Kerrigan era accettabile, solo mancanza “di fondi”. Quella della Harding era inaccettabile: alcol, abusi fisici e psicologici, cresciuta imparando ad usare fucili e sistemando motori a volte gareggiava piena di lividi. Le due ragazze in realtà vivevano solo il conflitto agonistico, poiché addirittura avevamo condiviso la stanza durante le gare di qualificazione alle Olimpiadi. La Federazione stessa dichiarava la sua avversione per Tonya Harding:«Non ti possiamo dare dei voti più alti per via dei tuoi costumi», le dicono dei giudici a un certo punto di una gara già infastiditi dall’uso di musiche non convenzionali tra cui la colonna sonora di Jurassic Park. Tonya non poteva permettersi altri costumi per via del costo che avevano. I cronisti presero il triple Axel del 1991 come la sola cosa che questa ragazza “aggressiva e potente” avesse fatto di buono.

 

Il 1994: lo scandalo e l’Olimpiade

Le Olimpiadi di Lillehammer si disputarono nel 1994, invece che nel 1996 per decisione del Cio (Comitato Olimpico Internazionale), per alternare di due anni le Olimpiadi Invernali e quelle Estive. L’occasione per liberarsi del tutto della Harding arriva il 6 gennaio 1994, a poche settimane dai Giochi. Nancy Kerrigan viene aggredita a Detroit, dove si allena, da un uomo che con una spranga le ferisce un ginocchio. L’infortunio non è grave, ma la ragazza è costretta a saltare i Campionati americani, utili per la qualificazione olimpica, vinti poi proprio da Tonya Harding. Pochi giorni dopo l’Fbi apre un’inchiesta a carico di Shawn Eckhardt, guardia del corpo di Tonya Harding, e del marito di lei, Jeff Gillooly. Eckhardt, poi arrestato, confesserà coinvolendo Gilloly, Stant e un altro complice. Nel febbraio 1994 l’ex-marito di Tonya Harding, raggiunto da un mandato di arresto, si presenta all’Fbi e ammette le proprie responsabilità chiamando in correità tutti i complici sopra citati e anche la moglie. Tonya Harding, alle autorità e alla stampa, ammette soltanto l’omessa denuncia dichiarando di aver saputo solo ad aggressione avvenuta. C’è però un appunto trovato dall’Fbi nella spazzatura con l’indirizzo e gli orari di allenamento di Nancy Kerrigan che una perizia callifrafica dichiara scritto di pungo della Harding. Kerrigan si riprende in tempo e l’inchiesta viene congelata per dare a entrambe le atlete la possibilità di disputare l’Olimpiade: Kerrigan arriva seconda, Harding finisce ottava. Quando riprende il procedimento penale, Tonya si dichiara colpevole solo di aver saputo dell’aggressione a cose fatte e di averlo tenuto nascosto. Il marito invece aveva detto agli investigatori, dichiarandosi colpevole, che la moglie non solo sapeva tutto ma era la mente del progetto. Due versioni che ancora adesso contrastano. Totale: la Harding è condannata a tre anni con la condizionale, 100mila dollari di multa, altri 50mila da devolvere a Special Olympics, 10mila dollari di spese legali, 500 ore di servizi sociali. Viene radiata dalla Federazione statunitense di pattinaggio cosa che le ha precluso ogni possibilità di pattinare e di allenare. Il marito è condannato a 2 anni di reclusione e 100.000 dollari sanzione pecuniaria. Eckhart a soli 18 mesi.

Chi è la vittima di chi?

Viene da chiedersi dunque chi sia la vittima e chi il mostro in questa vicenda, premettendo che la verità è ancora da stabilirsi. Di primo acchito Nancy Kerrigan è la vittima innocente. Giusto. Ma c’è da spezzare anche una lancia per la “cattiva” Tonya. Per l’intera vicenda del 1994 è stata quella a pagare il prezzo più alto. Un’infanzia povera, la scoperta del talento, gli abusi subiti prima dalla madre, poi dal marito.Si dovrebbero aggiungere anche quelli perpetrati dai mass media verso quel “brutto anatroccolo”, preso di mira anche dalla Federazione del suo stesso sport che non amava la sua estrazione fuori dalla tradizione classica e il suo spirito forte, grintoso, indomabile. Troppo per l’ambiente dell’epoca.