Il business che viene dall’estero: in Italia oltre 570mila imprenditori stranieri

Il fenomeno dell’avvio di attività indipendenti da parte degli immigrati sta continuando a crescere negli anni, malgrado l’ultima decade di recessione. Oggi oltre 570.000 persone nate all’estero sono titolari di un’attività in Italia, e rappresentano il 9,4 per cento dell’universo dei titolari.
Questo fenomeno ci dice innanzitutto che gli immigrati hanno capacità, risorse, aspirazioni, una tenace volontà di migliorare la loro condizione, superando i limiti di un contesto di svalutazione pressoché generalizzata delle loro competenze professionali e di esclusione dall’occupazione qualificata. Parlare di lavoro autonomo, e ancor più di imprenditorialità, significa porre in risalto la capacità di iniziativa degli immigrati, pur se posti a confronto con condizioni avverse: malgrado la visibilità delle situazioni di bisogno, anch’esse indubbiamente cresciute, o di fenomeni drammatizzati ben al di là delle loro dimensioni effettive, come l’asilo, molti immigrati manifestano una viva aspirazione a superare una condizione di dipendenza, a diventare protagonisti del loro destino, a integrarsi nella nostra società. Aprire un’attività rappresenta per una parte di loro il coronamento di un sogno di emancipazione, anche se diventa l’inizio di una condizione di impegno nel lavoro ancora più dura e sacrificata di prima. È interessante al proposito il fatto che 134.677 imprese (dato 2016), pari al 23,6 per cento del totale, siano a guida femminile: con titolari cinesi in primo luogo, seguite da rumene e marocchine.
L’iniziativa economica degli immigrati, se ben regolata e trasparente come dovrebbe essere ogni attività economica in una società sviluppata, rende più ricca e varia la vita urbana delle nostre città: rimpiazza gli operatori nazionali che si ritirano, mantenendo vivi luoghi di scambio sociale come i mercati rionali; rivitalizza antichi mestieri (dai chioschi dei fiori, alle botteghe di sartoria, ai forni per il pane), introduce nuovi prodotti, propone cibi esotici, stoffe e manufatti artigianali che vengono da lontano; in un certo senso, porta il mondo a casa nostra, e consente di viaggiare mediante i consumi senza muoverci da qui. È auspicabile che possa contribuire anche a stimolare interesse, comprensione e simpatia verso Paesi e popolazioni vicine e lontane.
Un aspetto che alimenta l’imprenditoria degli immigrati consiste nella formazione di mercati «etnici», ossia interni alle minoranze immigrate. Data la relativa giovinezza dell’immigrazione verso l’Italia il fenomeno è ancora agli inizi, ma i ricongiungimenti familiari sono cresciuti, tra difficoltà abitative, economiche e burocratiche. Ciò significa che si sta allargando il mercato dei potenziali acquirenti di prodotti e servizi che in genere, per diverse ragioni, difficilmente possono essere forniti da imprenditori autoctoni. Negli Stati Uniti si parla in proposito di nostalgic trade: ossia della ricerca di prodotti che rievocano l’atmosfera, i profumi, i sapori della patria lontana.
Un altro aspetto di rilievo consiste nelle aperture transnazionali di un parte di queste iniziative economiche, proprio in quanto commerciando prodotti che arrivano da lontano svolgono servizi di connessione tra le due sponde delle migrazioni o reinvestono in patria una parte dei ricavi. In questa prospettiva, gli operatori economici immigrati possono essere visti come protagonisti di fenomeni di «globalizzazione dal basso», in quanto capaci di porre in relazione le società di origine con quelle di insediamento e di costruire rapporti economici (e non solo) reciprocamente vantaggiosi. L’imprenditoria immigrata può costruire ponti tra Paesi lontani e rappresentare un fattore propulsivo dell’interscambio commerciale nelle due direzioni. In altri termini: le attività economiche degli immigrati qui possono favorire lo sviluppo di attività complementari nei loro Paesi d’origine. Anche le agenzie internazionali stanno scoprendo il potenziale dei migranti come agenti di sviluppo e il possibile ruolo degli immigrati con esperienze imprenditoriali come protagonisti non solo dell’invio di rimesse, ma anche di nuove attività economiche nei luoghi di partenza.

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