L’operatore dell’accoglienza, questo sconosciuto

Parallelamente al fenomeno dell’immigrazione, tema bollente al centro di vari dibattiti accesi da chi pensa che la propria affermazione personale dipenda dalla sua posizione in merito, si sviluppa la figura dell’Operatore dell’Accoglienza.
Sarà perché ultimamente essere populisti e xenofobi è cool, il ruolo dell’Operatore dell’Accoglienza non raramente viene sminuito e pronunciato con una smorfia che sa di compassione e disagio.
Quando un giovane, magari laureato e brillante di mille qualità viene reclutato dall’Ufficio Risorse Umane di una qualsiasi Cooperativa Sociale come Operatore dell’Accoglienza, gli occhi del mondo esterno si bloccano e, tra imbarazzo e voglia di consolare, ostentano un coraggioso “Dai, troverai qualcos’altro, prima o poi”.
E se invece da quella nomina cominciasse un percorso di crescita interiore, professionale, culturale più valente di un qualsiasi posto universalmente riconosciuto come “il top”?
Quando una risorsa comincia la sua carriera di Operatore dell’Accoglienza, generalmente viene da un percorso di studi che solo minimamente ha qualche affinità con l’ambiente in cui lavorerà; la maggior parte delle volte proviene da esperienze del tutto diverse e quasi sempre è la prima persona titubante circa la nuova posizione.
La versatilità, l’umiltà e la curiosità ci sono sempre, invece. O si imparano sul campo.
La prima caratteristica dell’Operatore dell’Accoglienza, infatti, è proprio la sua formazione on the job: può aver studiato le culture di tutto il mondo, aver fatto tesi sull’antropologia dei popoli o conoscere la storia politica dell’intero pianeta ma quando arriva in un Centro d’Accoglienza il suo sapere viene messo in standby per lasciar spazio alla capacità di osservare e ascoltare, prima di tutto.
Sulla base di quanto osserva e ascolta, sarà delineata la sua vera professione.
Osserverà i tratti distintivi della cultura di quegli ospiti venuti da lontano e, senza imporre nulla, li preparerà alla cultura di casa.
Dispenserà informazioni e consigli di vita pratica quotidiana, dalla spiegazione di cosa sia un bidet alla corretta conservazione dei cibi, passando per l’educazione a un abbigliamento consono al contesto e alla stagione (perché se non vogliono essere sempre il bersaglio di tutti gli sguardi, dovranno pur smettere di uscire con le infradito in pieno dicembre, ad esempio).
Spesso sarà l’operatore a impartire lezioni integrative della lingua locale e a fornire agli ospiti le cure sanitarie necessarie, oltre ad educarli a livello genitoriale trasferendo loro quegli insegnamenti di etica e di morale scontati per la gente del posto ma per loro una vera novità: con lui impareranno che salutare è buona educazione, ad esempio, o che parlare senza urla e pretese consentirà loro di raggiungere molto più facilmente gli obiettivi e impareranno anche come relazionarsi con gli altri, le donne, ad esempio. Se da loro la donna è rispettata ma ancora molto succube dell’uomo, devono imparare ad accettare che qui la libertà della donna, inserita in un contesto di pari diritti con l’uomo, passa anche per il suo abbigliamento, per cui una ragazza in minigonna non sarà meno rispettabile ed educata di una donna del loro Paese obbligata a coprirsi per volere di suo marito.
Apprenderanno che essere arrivati fin qui non è la fine del loro percorso ma l’inizio di uno nuovo, in cui devono essere bravi a saper affermarsi senza pretendere che qualcuno regali loro qualcosa.
E poi ci sono le emozioni. Come in ogni rapporto umano, l’esperienza dell’operatore viene a contatto con storie di vita che in questi ambienti purtroppo hanno una componente tragica molto elevata. Non sarà facile rimanere freddi davanti al racconto di morti familiari da parte di un giovane adolescente e neppure davanti alla descrizione di storie di ragazzi imprigionati senza un valido perché. Qui all’operatore è richiesta una duplice abilità: quella di insegnare che la vita continua e i sogni possono ancora avverarsi e quella, più dura, di prendere la giusta distanza, perché se a un pianto si risponde con un pianto, le persone da salvare saranno due invece che una. L’operatore imparerà a mantenere il giusto equilibrio tra empatia e freddezza, mantenendo quella distanza necessaria che talvolta ha i confini molto labili.
L’operatore è punto di riferimento e, affinando una certa capacità di problem solving, impara ad essere così poliedrico che a un certo punto non sa più se sta facendo il genitore, l’educatore, lo psicologo, l’insegnante, il confidente…o semplicemente un Operatore dell’Accoglienza.
Di certo sta operando su più campi: per l’integrazione degli ospiti e per la loro crescita personale, per l’ambiente con cui loro si troveranno a convivere, ma anche per se stesso, perché educando gli altri si conosce molto meglio anche se stessi, così come conoscere le altre culture insegna a conoscere (e spesso apprezzare) la propria.
L’Operatore dell’Accoglienza diventa quindi Ambasciatore della propria cultura in un villaggio abitato da stranieri e, come una mamma premurosa, si adopera con tutti i mezzi per dotare loro di grandi e robuste ali pur senza cancellare le loro radici e quando si udirà, sonoro, un “Mama Africa”, allora sì, vuol dire che sta facendo proprio un buon lavoro.
Quel giovane brillante che era entrato nel Centro d’Accoglienza così titubante, dopo quest’esperienza non sarà mai più lo stesso e poco importa se la gente continuerà ad essere perplessa sul suo ruolo.

 

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