“Ludopatia? Il giocatore incallito non ammette di avere un problema”

12 Apr 2018 0 Di il cosmo

“Ludopatia? E’ un modo per minimizzare, per nascondere, per non ammettere che in realtà stiamo parlando di una vera e propria sofferenza da gioco d’azzardo, non da gioco”. Lucia Coco, dirigente della Usl 2 Umbria – Dipartimento nazionale politiche antidroga – è un’esperta di dipendenza da gioco. La sua formazione psicologica le dà la possibilità di parlare con cognizione di causa anche di quali sono le cause di questa autentica ‘droga’.
“Dal 2009, in Italia, è aumentata esponenzialmente l’offerta e dunque l’esposizione al rischio è salita. Questo è sicuramente uno dei fattori che hanno portato all’aumento dei casi di malati da gioco. Di sicuro, anche i centri si sono strutturati meglio per rispondere alle maggiori richieste e fornire percorsi terapeutici adeguati”.
Il giocatore incallito, come in tutti i casi di dipendenza, fa fatica ad ammettere di avere un problema: “Così, a noi si rivolgono in particolare i familiari. Se arriva direttamente il giocatore, è perché è ormai nella fase di disperazione: ha debiti, incapacità di risanarli, è alienato, non passa più tempo con famiglia e amici”. Vincere il meccanismo di negazione è dunque il primo passo della terapia, dice Coco: “Accettare di aver perso il controllo su una cosa come il gioco, che non viene stigmatizzato dall’opinione pubblica come può essere per la tossicodipendenza, significa che metà del lavoro è già stato fatto. Si ammette di essere ossessionati dal gioco”.
A questo punto, inizia un percorso multidisciplinare, che prevede valutazione psicologica, sociale, economica, pure psichiatrica e, talvolta, si ricorre ai farmaci perché la dipendenza da gioco d’azzardo porta con sé ansia, incapacità di prendere sonno. “Si fa monitoraggio pure con i familiari, si controllano i loro conti. E si decidono i tempi di intervento. Più lunga è la durata del percorso, meno è difficile che ci siano ricadute. Solitamente, possono durate da sei mesi a un anno”.
E’ in forte crescita il numero di donne che si danno al gioco. E Lucia Coco svela una differenza fondamentale tra l’universo maschile e quello femminile: “Non siamo più al rapporto di una donna ogni nove uomini. Per lei la situazione e la patologia sono più gravi perché, il più delle volte, sono sole e hanno alla base una sofferenza psichica seria. L’uomo, invece, più spesso ha una famiglia dietro che può supportarlo”.
I segnali per capire se siamo di fronte a una persona ammalata? “Il tempo e il denaro spesi, le perdite di denaro nel bilancio familiare. Il giocatore d’azzardo è continuamente attratto dal gioco. Se prima curava la famiglia, ora è sempre più lontano e assente. E pure sul lavoro è distratto o somma giorni di assenza”.
Come si può fermare la crescita del fenomeno del gioco in tutte le salse? “Bisogna pensare a limitare la nascita e il proliferare di siti di scommesse. A livello comunale e regionale si possono fare delibere che limitano le aperture di sale slot. Si dovrebbero fare corsi di formazione per i gestori delle sale stesse. Serve, però, prima di tutto un cambiamento culturale. Campagne informative che non facciano credere che si vince facile. Un controllo sull’accesso ai siti da parte dei minori, bisognerebbe tutelare loro che sono la fascia più debole”. Sensibilizzare i grandi campioni, spesso modelli per i più giovani, che sono protagonisti diretti o indiretti dei network di scommesse, spesso sponsor delle squadre di calcio. Si può fare? “Solo cambiando atteggiamento all’interno della società”.