Diario di bordo: Kenia pt.3

Kenya, 1 gennaio 2017. Io, il mio compagno e sua madre ci troviamo nel bel mezzo della savana e abbiamo trascorso l’ultimo giorno del 2016 alla ricerca di animali selvatici. Il parco in cui ci troviamo si chiama Tsavo e raggiunge i 21 mila chilometri quadrati, perciò è grande circa quanto l’Emilia Romagna. Dopo una notte passata in un lussuoso lodge, rigorosamente con le finestre chiuse per impedire alle scimmie di derubarci, ci svegliamo alle 5 e riprendiamo il safari. Siamo più addormentati della Bella nel bosco, ma tra uno sbadiglio e una stiracchiata scorgiamo alcuni esemplari di giraffe, facoceri, zebre e impala. La savana è speciale perché i turisti, sempre chiassosi e rumorosi, esplorandola ammutoliscono: sentendosi estranei si comportano come ospiti garbati ed evitano di far percepire la loro presenza. Dopo qualche ora di “caccia”, sentendo la fame appropinquarsi, ci avviamo verso l’uscita del parco naturale. Mano a mano che ci spostiamo, i toni del paesaggio attorno a noi diventano sempre più caldi; i verdeggianti arbusti lasciano il posto alle piante secche, alla terra brulla e ad enormi formicai. Dopo qualche ora usciamo dal parco, attraversiamo un piccolo villaggio ed incrociamo un gruppetto di bambini, che ci salutano con la mano. Cento metri più avanti siamo costretti ad inchiodare perché un ghepardo, uno degli animali più rari e difficili da avvistare, attraversa di corsa la strada dinnanzi a noi. Siamo preoccupatissimi per i bambini appena incontrati, ma la nostra guida ci dice di stare tranquilli; per gli abitanti di questi luoghi quanto appena accaduto è all’ordine del giorno. Siamo comunque stati molto fortunati, vedere un ghepardo così da vicino e soprattutto fuori dalla riserva naturale non è una cosa che capita a tutti.
Quando finalmente arriviamo sani, salvi e impolverati al nostro resort, ringraziamo la guida e come prima cosa ci lanciamo in piscina. Siamo appena tornati, ma stiamo già pianificando i prossimi ed ultimi giorni di permanenza in terra keniota. Il giorno successivo, approfittando dei 28 gradi costanti, lo dedichiamo ad un’attività indiscutibilmente spossante: prendere il sole in riva al mare. Alla fine della giornata, infatti, sembriamo aragoste dalla saturazione esageratamente aumentata. La mattina seguente, quella del 3 gennaio, passeggiando sulla spiaggia incontriamo un gruppo di beach boys e no, non sto parlando della band rock californiana, bensì di ragazzi del luogo che scortano i turisti cercando di vendere loro qualcosa. Alcuni di questi giovani si propongono come guide ed offrono escursioni a basso prezzo, altri vendono souvenirs africani come kanga (teli di cotone variopinti), sandali e sculture in legno. Mentre alcuni di questi commercianti espongono le loro merci lungo la spiaggia, gli altri tallonano i turisti finché non riescono a guadagnare qualcosa. L’unico aspetto negativo di questo luogo incantevole, infatti, è che risulta impossibile passeggiare da soli sul bagnasciuga; i beach boys, pur non avendo cattive intenzioni, non si staccano mai dai visitatori e li seguono senza sosta. Ci affidiamo a uno di loro, Cesare, e approfittando della bassa marea percorriamo un tratto di spiaggia che normalmente sarebbe stato sommerso. Il ragazzo ci spiega che quando il mare si ritira si formano delle piscinette naturali dentro le quali rimangono intrappolati pesci di ogni tipo, granchi e murene. Cesare ci mostra cetrioli di mare, ricci e stelle marine e ci racconta che può persino capitare di avvistare squali e delfini. La cosa che più mi impressiona è il contrasto tra il colore latteo della spiaggia e il celeste del mare. L’acqua è cristallina e la sabbia finissima: praticamente un paradiso! Alla fine della breve escursione decidiamo di acquistare dal nostro beach boy una targhetta in legno con incisi i nostri nomi e la parola jambo, che in lingua locale significa ciao. Vogliamo avere un souvenir di questa vacanza meravigliosa, ma soprattutto siamo contenti di aiutare Cesare, che con noi si è dimostrato davvero gentile e disponibile. Purtroppo la nostra vacanza è già quasi giunta al termine. Gli ultimi giorni li trascorriamo tra bagni in piscina, tazze di tè keniota sorseggiate in riva al mare e cene sulla spiaggia. Questa terra dai tramonti infuocati rimarrà per sempre impressa nel mio cuore, perché il Kenya non è un viaggio, ma un’esperienza.

Hakuna matata!

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