Immigrazione: lo spettro del terrorismo nel mondo dell’accoglienza

Una delle grandi paure nei confronti di immigrati e rifugiati riguarda il rapporto tra immigrazione islamica e terrorismo. Su questo piano, la comparsa sulla scena politica dell’islamismo radicale e la data emblematica dell’11 settembre 2001 hanno segnato se non uno spartiacque, di certo l’innesco di un’escalation nelle restrizioni, che gli attentati prima di Madrid e Londra, più di recente di Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Barcellona, hanno esacerbato. Solo due attentatori però erano passati attraverso la Siria; soltanto Amri, l’attentatore di Berlino, era entrato in Europa come richiedente asilo.
Merita un approfondimento l’identità sociale dei responsabili degli attacchi terroristici. Come osserva Olivier Roy, uno dei maggiori studiosi del fenomeno, non si tratta di una radicalizzazione dell’Islam, ma piuttosto di un’islamizzazione del radicalismo. Alcune frange del mondo giovanile un tempo trovavano in qualche versione estrema dell’ideologia marxista o di quella fascista il quadro ideologico che giustificava la loro avversione per l’ordine costituito, il desiderio di rifare il mondo dalle fondamenta, il rifiuto per forme di lotta politica tradizionali che apparivano inefficaci, la ricerca di una missione catartica che desse uno scopo alle loro vite. Forse anche la risposta alla loro personale infelicità, o l’espressione della loro rivolta contro i padri. Ora questa cornice ideologica viene trovata in interpretazioni semplificate e violente della religione islamica. Sovente si tratta di giovani cresciuti in famiglie fragili, sfasciate, spesso non religiose, in periferie povere delle ricche metropoli europee. Parecchi si sono convertiti al radicalismo islamista in carcere, dove erano finiti per reati comuni. La radicalizzazione ha rappresentato l’alternativa alla disperazione, la cellula estremista il surrogato della famiglia, la lotta armata per purificare un mondo irrimediabilmente corrotto lo scopo a cui votarsi, l’ideologia del martirio il propellente della loro nuova vita, nettamente scissa da quella precedente. La radicalizzazione passa più spesso attraverso internet che nelle moschee, e quando avviene attraverso l’incontro con un predicatore si tratta perlopiù di un imam non riconosciuto. Roy parla di “individualismo forsennato” e di isolamento rispetto alle comunità musulmane. Spesso poi si tratta di coppie di fratelli, in cui la radicalizzazione passa attraverso circoli molto stretti, la dimensione generazionale, la rottura con i genitori e il ristabilimento di legami affettivi molto chiusi.
L’arruolamento nell’ISIS e l’addestramento sui fronti di guerra può essere un passaggio in cui si rafforza la radicalizzazione, ma non necessariamente. Il punto è che si tratta quasi sempre di giovani provenienti dall’Europa, cresciuti in Europa, che (eventualmente) tornano in Europa e decidono di colpire in Europa.
Ci si può domandare se una risposta adeguata a questo drammatico fenomeno possa essere la criminalizzazione dell’Islam nel suo complesso, l’esclusione sociale dei musulmani, o il rifiuto di accogliere i profughi. Accettare lo schema del conflitto di civiltà, individuare come nemici i praticanti musulmani, spingere verso il sommerso i luoghi di culto e le aggregazioni islamiche, sarebbe offrire ai terroristi il regalo a cui aspirano: una divisione manichea del mondo tra due campi internamente omogenei e radicalmente contrapposti.
L’alternativa possibile è certo impegnativa. È la strada del dialogo culturale e religioso, della promozione di un islam moderato e dialogante, della formazione sul territorio di responsabili religiosi preparati, consapevoli dei valori e delle sfide della modernità, capaci di svolgere compiti di mediazione con le società riceventi. Se le comunità musulmane diventeranno più capaci di accompagnare i giovani nel loro cammino di integrazione, di seguire le persone più fragili, di individuare ed emarginare chi parla di violenza e la giustifica sul piano religioso, tutta la società ricevente ne trarrà vantaggio.

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