Mai contro il cuore: Ilaria, quando l’amore e il coraggio vincono sulla sorte

Mai contro il cuore: Ilaria, quando l’amore e il coraggio vincono sulla sorte

19 Aprile 2018 0 Di il cosmo

Passioni, relazioni, progetti, bisogni: elementi che nascono dal cuore, un organo che se osiamo definire ‘vitale’ forse non è solo per ragioni scientifiche. ‘Mai contro cuore’, uno slogan che nasce dallo scrittore italiano Bisotti e che ne Il Cosmo rappresenta la rubrica di Sabrina Falanga in cui vengono raccontate le storie di chi ha deciso di seguire il cuore. Di seguire l’amore: sotto qualsiasi forma si voglia intendere. Sabrina raccoglierà queste testimonianze, per dare voce a tutti quei percorsi di vita che vogliono essere da esempio: se avete esperienze da raccontare o qualche storia da segnalare, scrivete a sabrina.ilcosmo@gmail.com

Ilaria è sempre un passo più avanti. Dire rispetto a cosa sembra presuntuoso, ma è la sua storia a testimoniarlo: rispetto alla vita stessa. Il coraggio dimostrato – più volte – dinanzi alle battaglie dell’esistenza, di quelle che perderle non sarebbe un fallimento perché non sempre la voglia di farcela è sufficiente. C’è, però, un dettaglio che accomuna tutte le fatiche a cui possiamo essere sottoposti: la volontà di lottare, indipendentemente da quante chance di vittoria ci hanno dato. La volontà di lottare perché l’amore per ciò che non siamo disposti a perdere è immenso. L’amore per la vita in questo caso, contro in quale non è mai andata anche a costo di contrastare pareri medici e di sfidare il destino. Per non andare – come vuole raccontare questa rubrica – mai contro cuore.
Ilaria Romaniello, 38 anni, si ferma spesso a guardare il cielo. In un particolare momento della giornata: l’alba. Perché è proprio quello il tempo in cui il giorno rinasce, la natura si risveglia. Un ciclo che si ripete continuamente, che si ripropone nonostante il buio della notte, nonostante le tempeste che potrebbero esserci state. E Ilaria ha fatto la stessa cosa, nel suo percorso di vita: per tre volte lei si dice rinata, «perché per tre volte ho vissuto la leucemia, dalla quale sono sempre guarita. Rinascere, per me, significa aver avuto in dono la possibilità di assaporare sempre nuove gioie, nuove visioni e prospettive di vita diverse».
Nell’ascoltare la sua esperienza, viene quasi spontaneo soffermarsi sul numero tre e proprio su tre particolari momenti – capaci di raccontare la forza d’animo che contraddistingue Ilaria – di cui è doveroso rispettare la cronologia affinché delineino il percorso fatto dalla donna.
La prima delle tre volte in cui Ilaria ha sfidato la sorte è stata quando le diagnosticarono per la prima volta la leucemia: «Non aspettai che la chemioterapia agisse: mi rasai i capelli appena iniziate le cure, battendo sul tempo le reazioni dei medicinali». Ilaria, a quei tempi, aveva però solamente 18 anni. E fu una delle prime ragazze tra i corridoi di quell’ospedale. Una scelta coraggiosa, quindi, la sua. Anche e soprattutto davanti ai giudizi di chi credeva che il viso segnato e la mancanza dei capelli fossero il simbolo di una tossicodipendenza e sussurrava che “se l’era andata a cercare”.
Nonostante la guarigione, la malattia si ripresentò però dopo sei anni. Ed è qui che avvenne la seconda prova di coraggio messa inconsciamente in atto da Ilaria: di nuovo le cure, di nuovo i giorni trascorsi in ospedale, di nuovo la debolezza fisica, «ma io non mi arresi alle ripercussioni della leucemia e dei medicinali e andai anche contro il parere dei medici: mi consigliavano di stare a riposo, ma io non riuscivo a essere inattiva. Ero stanca, gonfia e debilitata a causa delle terapie ma io volevo camminare, correre. E così facevo. Macinavo chilometri su chilometri di isolati». Contro il volere dei medici ma mai contro la sua stessa volontà. Ecco chi è Ilaria. È una donna che odia le lamentele, odia la negatività, che mal sopporta il malessere giovanile che porta ad autodistruggersi con cattivi stili di vita, perché esistere è, per lei, «il regalo più grande e più importante che ci hanno dato da preservare». Affermazione che si allontana da ogni banalità filosofica se a dirlo è chi ha vinto tre volte una malattia così grave.
Poi arriva la terza prova d’amore. La più grande, e ci si può permettere di dirlo senza temere di sminuire le altre. A causa delle cure durate lunghi anni e, in particolar modo, delle conseguenze da esse derivate, Ilaria non sapeva se sarebbe mai potuta diventare mamma. Scuole di pensiero glielo sconsigliarono anche, tenendo conto della fragilità corporea a cui è esposta una persona con una trascorso di questo tipo alle spalle. Ma questa terza prova oggi ha un nome proprio: si chiama Edoardo e ha due anni. È il figlio che cresce insieme a suo marito Daniele ed è la prova definitiva di quanto si possa vincere se si decide di non andare mai contro cuore. Se si sceglie, invece, di seguire l’istinto di ciò che desideriamo essere, avere, fare.

«Il cuore di una mamma è il più potente e fragile al mondo», scrive sul suo profilo Facebook. Sulla potenza, non c’è nulla da aggiungere; sulla fragilità, forse, è bene sottolineare che in questo caso non sia sinonimo di debolezza ma di sensibilità di fronte alla parte più vera dell’esistenza, quella che a volte fa soffrire ma che, più di ogni altra cosa, ti rende umano.