Cucinaremale: su Facebook la risposta semiseria a Masterchef per i disastri in cucina

C’è chi sostiene che cucinare sia un’arte. Creatività, passione, estro sarebbero gli ingredienti giusti secondo gli artisti della padella, i Michelangelo dell’antiaderente, gli avanguardisti della pentola a pressione. Altri, soprattutto cuochi professionisti, dicono che la cucina è questione di pura tecnica. Il bravo cuoco parte dalle sperimentazioni immangiabili al primo anno di alberghiero per poi affinare le sue capacità rubando con gli occhi i trucchi degli chef già navigati, sbagliando e rifacendo senza sosta, costruendo negli anni il suo bagaglio di conoscenze. In questo eterno dibattito, probabilmente secondo per durata solo alla mai sopita diatriba fra natura e cultura nelle scienze sociali, si inserisce un terzo filone. Quello di chi la cucina non solo la odia, ma nemmeno la capisce. Per questa più o meno ampia porzione di esseri umani, la cucina non è arte né tecnica: è un’oscura alchimia che spesso sembra non rispettare le più banali leggi della fisica. C’è chi cucinando si rilassa. Un ossimoro incomprensibile per il suddetto gruppo, che di fronte a una padella sul fornello acceso ha l’impressione di essere seduto su una bomba atomica. La cucina, per loro, è imprevedibile. Non sanno mai come può evolvere la situazione, ma sono consapevoli della pressoché infinita pletora di variabili che possono farla degenerare. Già, perché la cucina, sventuratamente, non funziona proprio a “diagramma di flusso”. Non si parte da un punto definito per raggiungerne un altro altrettanto definito. La cucina, per chi non la padroneggia, è come una di quelle strade nella giungla da cui a ogni momento se ne diramano altre quattro o cinque. La situazione, per gli “hater” della cucina, precipita quando mancano istruzioni precise. Il “qb” è capace di mandare in crisi ingegneri aerospaziali alle prese con la pasta al burro. Una nonna che dice «Vai a occhio» potrebbe provocare sincopi ripetute con rovinose cadute di faccia dentro la padella degli hamburger. Pensare di non usare il timer è pura fantascienza. Quando poi si trovano di fronte all’errore compiuto, con un mucchietto di cibo non meglio identificato dall’aspetto losco nel piatto, parte la fase della ricostruzione. CSI schifezza edition. «Cosa è andato storto?». Ormai chi cucina male non se lo chiede neanche più. Sa che qualcosa nel processo alchemico non è andato secondo i piani e tanto basta. Di solito sono gli altri a chiederglielo e a ipotizzare fantasiose spiegazioni per giustificare quel piccolo orrore culinario. «Deve essere perché non hai stemperato il sugo nel modo corretto». Cosa diavolo significa “stemperare”? «Il risotto va mantecato prima di servirlo». L’artefice del piatto magari è anche diplomato al classico, ma “mantecare” non sa proprio dove stia di casa. Il poveretto finirà presumibilmente a farsi un pacchetto di pop corn al microonde, da sgranocchiare sul divano davanti a Masterchef Junior chiedendosi insistentemente perché lui a quell’età stesse davanti a Crash Bandicoot e non a giocare con il cremor tartaro. Forse, si dice in una di quelle sessioni di fantasie sul passato che prima o poi colgono tutti, oggi sarebbe stato diverso. Ma l’alchimista della pasta col tonno può sempre consolarsi con la mai sufficientemente celebrata legge del “mal comune mezzo gaudio”. In televisione c’è Masterchef, ma su Facebook c’è il gruppo “cucinaremale”. E una risata seppellirà anche i piatti riusciti peggio.

di Fabiana Bianchi

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