L’Italia nel piatto: sì alla tradizione, ma piace anche l’etnico

Quando noi italiani ci sediamo a tavola, non siamo più quelli di una volta che vogliono primo, secondo con contorno, frutta, dolce e caffè. Son cambiati i tempi, è arrivata la cucina etnica, il cibo a casa, il take away, il sushi o l’indiano. Ma oggi, secondo Coldiretti, c’è anche maggiore attenzione alla cucina sana, potremmo dire di una volta, possibilmente a chilometro zero.
Secondo un’inchiesta del Censis, l’82,5% dei nostri connazionali dà molta o abbastanza importanza al fatto che i prodotti alimentari che acquistano riflettano le proprie convinzioni etiche, sociali e ambientali. Solo il 3,7% non tiene in considerazione criteri ecosolidali. Sono le donne quelle più scrupolose. Siamo diventati un popolo incline a evitare gli sprechi (forse perché reduci dalla crisi economica). Il 45% regolarmente, il 47% di tanto in tanto riutilizza alimentati cucinati nei giorni precedenti per fare frittate di pasta piuttosto che polpettoni. Appena il 7% non riutilizza mai ciò che hai cucinato nei giorni precedenti. Il 37% non butta mai cibo scaduto, il 55% lo fa solo qualche volta. Il 7,7% butta il cibo in eccesso, scaduto. Ancora: il 94% degli italiani guarda l’etichettatura del prodotto (se è completa e trasparenza). Il 77% paga qualcosa in più se gli ingredienti sono made in Italy. Il 74% se i prodotti sono lavorati stabilmente in Italia.
Il patriottismo diventa quasi fanatismo quando si parla di vino: il 91% sceglie il vino proprio in base all’italianità. Amante della tradizioni, dunque, ma anche ormai capace di scegliere etnico. Questo è l’italiano del 2018. Secondo lo studio Demos, per la Fondazione Barilla Center for Food ad Nutrition, facciamo ancora un po’ fatica a non scegliere il cibo italiano. Considerando Germania, Francia, Italia e Spagna, su 321 miliardi di euro di valore del mercato alimentare, per la cucina etnica si spendono 3 miliardi di euro.
Il 50% degli italiani è convinto che, da qui a 10 anni, il cambiamento culturale sarà ancora più visibile di oggi. E dunque anche quello alimentare. Lo pensano in particolare gli over 65 (61,4% della fascia d’età presa in esame) e le donne (60,5%). I giovani paiono percepire meno il cambiamento: 38,5% nella fascia d’età 15 – 24 anni. Forse perché questi ultimi sono nati a cambiamento già in atto e dunque non lo percepiscono in questo modo. E la conferma arriva dalle abitudini alimentari: sono i più giovani a consumare maggiormente cibo etnico, che sia sushi o cibo cinese, o indiano. Tre su quattro dichiarano di andare in ristoranti etnici.
A contribuire alla rivoluzione culinaria saranno i cambiamenti climatici (79,6%), i prezzi delle materie prime (78,2%), o social media (70,4%), le migrazioni e i contatti con altre culture sono al penultimo posto con il 65,6%. Per il 69,8% aumenterà in consumo di cibi biologici, per il 63,2% di cibi funzionali (senza glutine, senza lattosio), di cibi etnici al 47,4%. Gli insetti si fermano al 25,2%. Dai 34 anni in su, però, si predilige ancora il tricolore nel piatto. I motivi? Ci sente più a proprio agio, ci si sente più sicuri. Il 50% di queste persone non va mai in un ristorante etnico, non compra cibo da asporto etnico e non lo cucina. Il 41,8% e il 41,2% citano soltanto la cucina cinese e giapponese come etnica.

di Alessandro Pignatelli

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