Dipendente o autonomo? La scelta si chiama “diritto al lavoro”

La risposta non è semplice, per chi si pone la domanda: lavoro dipendente o autonomo? Non è semplice perché per qualsiasi scelta si prenda, si avrà a che fare con ostacoli da superare che, in entrambi i casi, apparentemente sembrano insormontabili. Da una parte, infatti, c’è chi – cercando un impiego come dipendente – è costretto ad aspettare mesi prima di riuscire a conquistare un’assunzione, che inizialmente non è mai a tempo indeterminato; dall’altra, invece, c’è chi – con il desiderio di “mettersi in proprio” – deve fare i conti con i tempi della burocrazia e l’impossibilità di avere qualcuno che gli spieghi “come fare”.

«Sono figlia di un imprenditore ma sono una lavoratrice dipendente: mio padre ha una collezione di soddisfazioni, questo è certo ma il lavoro è un pensiero fisso nella sua testa, che sia weekend o che siano giorni festivi e per me questo significa non essere mai davvero liberi. Io da dipendente entro in modalità “off” non appena termino il mio turno di lavoro. È vero, le soddisfazioni non sono tante, in più si è sempre controllati da qualcuno, bisogna avere il permesso per fare qualunque cosa… Una cosa, però, è certa: ogni 15 del mese arriva lo stipendio».

Questa è l’esperienza di Mariagiusy Maugeri, che lavora in qualità di operaia per una fabbrica manifatturiera di cerniere da tre anni. Da pochi giorni ha firmato un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Con la testimonianza di Giusy affrontiamo quello che è il mondo del lavoro dipendente che, c’è da dirlo, è quello a cui più aspirano le persone perché lo percepiscono come “più sicuro” (rispetto all’essere una ditta individuale): una sicurezza che deriva innanzitutto dalla certezza di uno stipendio che, verso la metà di ogni mese, giunge puntuale sul conto in banca del lavoratore; in più, mansioni e ruoli vengono decisi all’inizio del contratto e non è necessario, per il dipendente, impegnarsi nel cercare nuovi clienti, nel dar vita a nuovi progetti o nel tener conto di bilanci, entrate e spese. Dal punto di vista mentale, quello del dipendente è un impiego “passivo” poiché risulta essere la parte produttiva di un’azienda che stabilisce il suo piano d’azione senza coinvolgere direttamente i suoi impiegati.

Da questi punti di vista, potrebbe sembrare che il lavoro dipendente sia la scelta migliore perché l’elenco dei “pro” è lungo; ci sono, però, anche numerosi motivi che ne mostrano i lati negativi: dagli orari di lavoro da rispettare obbligatoriamente all’accettare gli ordini dei superiori (indipendentemente dal condividerli o meno), da una quotidianità che prevede generalmente sempre le stesse mansioni a contratti di lavoro non sempre agevolanti.

Lati, questi – sia i negativi sia i positivi –, di cui è consapevole chi si approccia automaticamente alla ricerca di un lavoro dipendente una volta terminati gli studi. Consapevolezza che, invece, non è sempre presente in coloro che decidono aprire la temuta Partita Iva e di iniziare l’avventura di lavoratore autonomo, perché non esiste una vera e propria formazione al mondo imprenditoriale, che appare quindi un universo misterioso in cui lanciarsi a occhi chiusi con la speranza che vada tutto bene e la caparbietà di fare in modo di riuscire nei propri progetti.

Ho scelto di mettermi in proprio perché… «Avevo 14 anni quando ho iniziato a capire che “da solo” rendo molto di più. Dipingevo, creavo tutto secondo i miei solo schemi mentali e i miei tempi creativi. Con gli anni, ho semplicemente sviluppato questa attitudine fino a diventare un grafico freelance, staccandomi da quelle che sono le regole a cui sottostare se lavori per conto di qualcuno. È una questione di abitudine, di come impari a guardare al lavoro e del metodo che acquisisci» spiega Andy Canaj; «I creativi non sono “esecutivi”, non possono limitarsi a eseguire ciò che viene impartito da qualcun altro, perché il loro cervello rischierebbe di chiudersi all’interno di ordini, orari e richieste che limitano la creatività. Il cervello di un creativo non ha orario, lavora in continuazione, a volte capita che l’ispirazione ti venga mentre fai un aperitivo o alle quattro del mattino e lì devi agire. Questo perché sei abituato a essere sempre intellettualmente in movimento. In più, essere un creativo significa imprimere il tuo carattere e la tua personalità nel tuo lavoro: è vero, avere un lavoro dipendente ti permette uno stipendio fisso, ma amo di più la soddisfazione di poter portare a termine un lavoro totalmente tuo, che ti appartiene, piuttosto che quello di eseguire in nome di uno stipendio».

Una scelta, quella dell’autonomia, che, a differenza di quanto si possa pensare, in tanti vorrebbero fare: se, però, ci sono più persone che cercano un lavoro dipendente è solamente perché avviare un’attività individuale è complicato, prevede lunghi tempi di attesa e spesso investimenti economici iniziali. Bisogna, inoltre, tenere conto del retaggio familiare (dovuto in particolar modo agli ultimi anni di crisi economica) che spinge i figli a cercare “il posto fisso”, qualunque esso sia. È probabile, dunque, che per un giovane sia difficile andare contro le volontà della propria famiglia.

Una cosa è certa: chi decide di mettersi in proprio è perché ha un’idea, una passione, un desiderio a cui è talmente legato da non riuscire a tenerlo da parte come passatempo ma vuole trasformarlo in quotidianità e fonte di reddito. Il timore che più fa da limite a questa scelta è quello di vedere affondare i propri progetti, i propri sogni e, magari, i risparmi economici che si è deciso di investire. Naturale, quindi, quando si parla di lavoro autonomo pensare subito ai lati negativi, a ciò che di brutto potrebbe accadere, a differenza di quando si parla di lavoro dipendente per il quale si spendono inizialmente tutti i “pro”. Ma anche il lavoro autonomo porta con sé tanti lati positivi, tante soddisfazioni: il primo, sicuramente, è quello di poter fare quotidianamente ciò che amiamo fare. E, in più, essere pagati per farlo. Tra le note positive, poi, c’è da sottolineare la mancanza di regole imposte a cui sottostare, il poter decidere gli orari di lavoro e la possibilità di dare vita a una quotidianità sempre diversa, creativa e disegnata “a propria immagine e somiglianza”.

Come tutto, ovviamente, anche il lavoro autonomo ha dei punti a sfavore: “non avere orari” a volte significa non averli affatto e ritrovarsi, dunque, a lavorare anche fino a tarda sera o nei giorni di festa (a differenza del dipendente, al quale è sufficiente timbrare il cartellino per non pensare più al lavoro fino all’indomani); la burocrazia, che prevede numerosi documenti a cui fare attenzione ogni mese, l’aiuto di un commercialista, le attese snervanti dei vari uffici e istituti a cui spesso bisogna rivolgersi. Non solo: si è responsabili dei propri eventuali dipendenti, bisogna trovare continuamente nuovi stimoli e idee per ravvivare l’impresa ed è necessario impegnarsi costantemente affinché ogni mese le entrate siano regolari perché, non dimentichiamo, il lavoratore autonomo non ha “lo stipendio il 15 del mese”.

Cosa scegliere, dunque? Un lavoro dipendente o un lavoro in autonomia? Avendo analizzato i “pro” e i “contro” di entrambe le modalità di impiego, va da sé che non esiste una risposta assoluta. È una mera questione di scelta. O, meglio, di mentalità: in genere, infatti, chi decide di mettersi in proprio ha una mentalità che non gli permetterebbe mai di sottostare al lavoro dipendente; così come chi, al contrario, sente di essere un perfetto lavoratore dipendente poiché gli manca totalmente l’attitudine all’imprenditorialità.

Non c’è, quindi, giusto o sbagliato. È univoco quello che chiedono i giovani – e non solo -. Chiedono di potersi costruire un futuro senza la necessità di attendere anni prima di avere un’indipendenza economica, di lavorare in maniera adeguata ai guadagni previsti e di poter firmare un contratto che abbia requisiti sicuri e “umani”. Chiedono di poter dare vita ai loro progetti imprenditoriali senza essere ostacolati dalla burocrazia, dall’instabilità di alcune leggi, dai limiti imposti – involontariamente – dal Paese nel quale vogliono dare vita alla loro impresa (con il vantaggio, quindi, di arricchire l’economia dello Stato stesso).

Non c’è giusto o sbagliato, quindi, dicevamo: esiste solamente il diritto al lavoro, sancito in maniera quasi sacra anche dalla Costituzione Italiana.

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