Dopo la laurea? L’occupazione in Italia migliora, ma nel 2008 era un’altra cosa

Dopo l’università, cosa succede ai laureati del nostro Paese? AlmaLaurea ce lo dice grazie al Rapporto 2017, che ha coinvolto più di 620 mila laureati di 71 atenei italiani, 262 mila di primo e secondo livello – vale a dire magistrali biennali e magistrali a ciclo unico – del 2015, contratti a un anno dal termine degli studi, 109 mila di secondo livello del 2013, a tre anni dal conseguimento del titolo, 103 mila del 2011, chiamati a rispondere a cinque anni dalla laurea.
I laureati di primo livello proseguono nel 56% dei casi gli studi, iscrivendosi a una laurea di secondo livello. A un anno dalla laurea triennale, il 55% è occupato o cerca lavoro; si passa all’88% tra i laureati magistrali biennali. Il 31%, contro il 21% dei triennali, svolge stage in azienda, tirocinio o praticantato, dottorati di ricerca e collaborazioni volontarie senza retribuzione.
A un anno dal titolo, risulta comunque occupato il 68% dei laureati triennali e il 71% dei magistrati biennali. Confrontando i dati con quelli precedenti, c’è un leggero miglioramento, che segue però la forte contrazione tra 2008 e 2013 (-16 punti per i triennali, -11 per i magistrati biennali); nell’ultimo triennio, il tasso di occupazione è salito di più del 2% per i triennali, di 1% per i magistrati biennali. A tre anni dalla laurea, si arriva all’82% di occupazione per i triennali, all’83% per i magistrati biennali (+2% e stabile). A cinque anni dalla laurea, 87% e 84% (sempre +2% e stabile). Rispetto al 2012, però, nell’ultimo caso siamo a -4% per i triennali e a -6% per i biennali.
Dall’indagine risulta come le chance occupazionali siano decisamente più alte per chi ha conseguito una laurea in campo sanitario o ingegneristico. Penalizzati coloro che hanno intrapreso il percorso di psicologia o geobiologico. Viene confermata una maggiore facilità per gli uomini che risiedono o studiano al Nord. Risulta determinante pure il punteggio degli esami ai fini di un lavoro. Ancora più importante, però, è completare il ciclo di studi nei tempi prestabiliti dai vari ordinamenti (è dovuto in particolare all’età). Pesano, poi, le esperienze di lavoro maturate mentre si studiava, le competenze informatiche, i tirocini/stage in azienda, le esperienze di studio all’estero. Con questo bagaglio culturale, è più facile lavorare a un anno dal titolo accademico. Le aziende non trascurano neanche la disponibilità alle trasferte di lavoro.
Ora analizziamo la disoccupazione. I laureati di primo livello, a un anno, presentano un tasso pari al 21%, +1% rispetto al 20% dei laureati del biennio magistrale. È il terzo anno consecutivo che c’è una diminuzione. Rispetto al 2015 -3% per i triennali, -1% per i biennali. Se andiamo al 2008, però, la situazione si fa meno rosea: il tasso di disoccupazione è raddoppiato (dall’11 al 21%, dall’11 al 20%). A tre anni dalla laurea, il tasso di disoccupazione è del 12% per i triennali, dell’11% per i biennali. A cinque anni, scendiamo all’8 e al 9%. E, dopo anni di aumenti, per la prima volta assistiamo a un calo, dell’1%.
A un anno dalla laurea, per entrambe le popolazioni esaminate, il lavoro autonomo è in diminuzione (14% triennali, 9% biennali); in aumento, i contratti di dipendenza a tempo indeterminato (29% e 34%). Sempre andando indietro al 2008, c’è invece una crescita del lavoro autonomo (+5% e +3%). Il tempo indeterminato crolla, -13% per i triennali. Resta invariato per i magistrali biennali. Nell’ultimo anno, per i triennali, aumentano i contratti non standard (dipendenze a tempo determinato), ma calano i lavori senza un regolare contratto. Per i biennali, invece, lieve calo per i contratti non standard e stabilità per quelli non regolamentati. A tre anni dalla laurea, che succede? Il lavoro autonomo è al 15%, i contratti a tempo indeterminato al 45%. Se poi andiamo a vedere le differenze a cinque anni dalla laurea, le condizioni migliorano fortemente.
Tra i laureati nel 2011, il lavoro autonomo è al 14% per il primo livello, al 18% per i magistrati biennali. I contratti a tempo determinato passano al 61% e al 56% rispettivamente. Lieve calo rispetto alla precedente indagine per il lavoro autonomo (-1%), aumento per i contratti a tempo indeterminato (+3%). A cinque anni dalla laurea, 15 occupati triennali sono assunti con contratto non standard, 17 su 100 tra i magistrati biennali. In aumento, in particolare per i laureati di primo livello.

Analizziamo infine la retribuzione. Per il terzo anno consecutivo, è in aumento per i laureati: 1.100 euro netti mensili circa. Più dettagliatamente, 1.104 per il primo livello, 1.153 per magistrati biennali. Le retribuzioni reali sono dunque in aumento del 2%. Ma il quinquennio 2008 – 2013 era decisamente un’altra storia: -23% per il primo livello, -20% per i magistrati biennali.

Se circoscriviamo l’analisi solo ai laureati che lavorano a tempo pieno e hanno iniziato l’attuale lavoro dopo la laurea, lo stipendio mensile sale a quasi 1.300 euro. A tre anni dalla laurea, i laureati triennali guadagnano più di 1.250 euro netti, quasi 1.290 per i magistrati biennali. A cinque anni, infine, più di 1.360 per i laureati triennali, più di 1.400 per i biennali. Se si circoscrive la riflessione ai soli laureati occupati a tempo pieno e che hanno iniziato l’attuale lavoro dopo la laurea, le retribuzioni (superiori ai 1.470 euro) si confermano in aumento rispetto alla precedente rilevazione.

Il titolo, a un anno dalla laurea, risulta molto efficace o efficace per il 51% dei triennali e il 48% dei magistrali biennali. Più uno per cento rispetto allo scorso anno. Confrontato con il 2008, il dato è però in calo (-7 punti per i triennali, -3 per i magistrali biennali). A tre anni, la laurea risulta molto efficace o efficace per 58 laureati triennali e 52 biennali su 100. A cinque anni, raggiungiamo il 63% e il 54%.

di Alessandro Pignatelli

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