Figli di stranieri: svantaggiati, meno acculturati e discriminati

Com’è la vita delle seconde e terze generazioni di famiglie straniere in Italia? Sono integrati? La risposta è che partono da posizioni di svantaggio rispetto agli italiani. Soffrono spesso di discriminazione, a volte si radicalizzano (soprattutto i musulmani), abbandonano più precocemente la scuola. La disoccupazione di chi finisce la scuola è più alta per gli stranieri che per i nostri connazionali.
Partiamo dalla povertà: contro un 12,7% che colpisce le famiglie italiane, per quelle miste siamo al 19,4%, per quelle tutte stranieri addirittura al 30%. I motivi? Molti non italiani accettano lavori che noi non vogliamo fare, dove si guadagna di meno. Le colpe dei padri e delle madri ricadono inevitabilmente sui figli, insomma.
A scuola, la situazione non è affatto migliore. Il 12,5% frequenta un istituto professionale, appena l’1,6% un liceo classico. Il 32,8% degli studenti stranieri abbandona precocemente gli studi, contro una media nazionale pari al 13,8%. I tassi di bocciatura sono pure elevati, il che porta il 40% degli studenti stranieri a essere in ritardo rispetto alla carriera scolastica standard. I test Invalsi mostrano una cultura più bassa in Italiano e in Matematica. All’università si iscrive il 51,1% degli italiani contro il 33,9% degli stranieri.
E ancora: le possibilità di fare una professione qualificata è del 7,4% per i giovani di famiglie con stranieri. Le donne sono poi escluse volontariamente dal mercato del lavoro: quasi una su due nella fascia d’età 15 – 34 anni non lavora, né studia. Spesso parliamo di moglie e madri. Per la comunità del Pakistan, questa percentuale arriva addirittura al 90%.
Eppure, proprio la seconde generazioni sono una risorsa preziosa per l’Italia, se pensiamo che oggi rappresentano il 10% del totale degli studenti e che, nei prossimi 10 anni, il nostro Paese si prepara a subire un autentico crollo, con un milione di alunni in meno. Rendere partecipi anche i figli di famiglie straniere diventa fondamentale.

di Alessandro Pignatelli

 

Rispondi