Ginevra mi ha regalato un nuovo stile di vita

Ginevra è uno di quei luoghi in cui le regole sono nate per un principio di autoconservazione. Di protezione del proprio nucleo originario. «Ginevra è una città impregnata di culture, etnie. Ognuno, quindi, con il suo modo di vivere, con le sue tradizioni e i suoi rituali non solo personali ma anche derivati dal paese in cui è nato e cresciuto. È fondamentale, quindi, che il Paese in cui ci si trova trasmetta in maniera forte e decisa le sue regole, al fine di non perderle innanzitutto e di non diventare un confuso ammasso di usanze pescate qua e là».

A spiegarlo è Giulia Silvestri, che lavora proprio a Ginevra per un’azienda nel campo della salute: l’abbiamo intervistata durante una piccola pausa dal lavoro, mentre era impegnata su un progetto per Vicks, famosa marca di farmaci da banco.

Giulia racconta di una Ginevra che sembra lontana anni luce da ciò a cui siamo abituati in Italia, proprio nei più piccoli dettagli quotidiani. Gli orari dei negozi, ad esempio: «Chiudono alle 18 e nel fine settimana è impensabile trovarne di aperti. Anche i bar e i ristoranti la domenica sono chiusi».

Una regola che potrebbe assomigliare a un problema, fuori da ogni logica, se paragonata allo stile di vita italiano, «eppure ci si abitua. Anzi, non solo: impari ad apprezzare cose che, senza queste scelte sociali, non avresti nemmeno conosciuto probabilmente. Il piacere, ad esempio, del passare un’intera domenica a passeggiare tra la natura, di un lungo pic-nic all’aria aperta, di un pomeriggio del weekend vissuto al lago e non nei centri commerciali. Può sembrare banale, si può dire che sia qualcosa di possibile anche con i negozi aperti, eppure quanti lo fanno davvero?».

È fondamentale, quindi, dicevamo, ben definire e proteggere i propri usi e costumi: Ginevra ospita centinaia di organizzazioni internazionali e non governative ed è sede delle Nazioni Unite, il cui quartier generale a Ginevra è secondo solo a quello di New York. Questo ha creato una società profondamente multiculturale. Ci sono nazionalità provenienti da tutto il mondo e l’inglese è la lingua che si sente parlare più spesso in città, anche più del francese. La mobilità è molto elevata, c’è chi viene per tirocini, per fare ricerca, molti vengono per brevi periodi. E poi c’è una moltitudine di gente che, proprio come Giulia, si è trasferita a Ginevra per viverci perché ha trovato lavoro.

Viene spontaneo chiederle se tornerebbe in Italia: «E’ difficile spiegare la dicotomia che nasce dentro chi si trasferisce. Il tuo cuore è come diviso in due – dice Giulia -, una parte rimane a casa e l’altra si è legata ai tuoi nuovi luoghi. Non mi pongo la domanda perché momentaneamente non ho bisogno di pormela: lavoro qui, vivo qui insieme al mio ragazzo. Ginevra mi ha accolta, mi ha dato modo di avere nuove prospettive di vita e non solo lavorative, anche morali perché ti insegna a vivere in maniera diversa dalle abitudini, quindi non posso che dire che ci sto bene. Torno in Italia per rivedere la mia famiglia, i miei amici… e, lo ammetto, per assaporare un po’ di quel clima nostrano che a volte mi manca».

di Sabrina Falanga

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