Il diritto alla vita prima del diritto al lavoro

Da testimonianza:
Mio padre quando lavorava in fonderia stava per perdere la vita. Una colata di alluminio fuso lo ha investito. Grazie a Dio l’ustione di terzo grado ha colpito “solo” le gambe. Solo il 40% del corpo. Un collega ha sacrificato le sue mani per impedire che la fibbia incandescente della cintura dei pantaloni gli perforasse l’addome. Lo ha salvato. Avevo quattro anni. Mio padre, sopravvissuto all’incidente, ha rischiato di nuovo la vita in ospedale durante le cure per via di un’infezione, combattuta in primis raschiando via dalla carne viva lo strato malmesso di pelle fusa con i detriti di alluminio e vestiti. Un dolore pari, se non superiore a quello del momento dell’incidente. Mia madre è diventata un’abile infermiera durante tutto il percorso di mesi e mesi di cure, medicazioni e riabilitazioni. Casa mia non era più tanto diversa da un Pronto Soccorso. Io passavo il tempo tra nonni e amici che non volevano dirmi nulla. La quotidianità di una giovane famiglia (mio padre non era nemmeno trentenne) era stata spazzata via. Ho un ricordo vago dell’ospedale, di mio padre nel letto ricoperto di bende, l’odore penetrante di disinfettanti e creme antibiotiche, l’aria pesante dell’incertezza. Lui, io, la mia famiglia siamo stati fortunati perchè dopo quasi vent’anni è ancora qui. Porta sulla pelle quel ricordo ormai sbiadito, a sempre presente, di come un incidente nella quotidianità del lavoro non sicuro possa cambiare delle vite nel giro di pochi secondi. Mio padre dopo dodici anni di fonderia ha cambiato lavoro, ma non passa giorno senza paura di ricevere una telefonata come quella…perchè nulla è mai davvero sicuro. Si vive nell’incertezza dell’unica cosa che dovrebbe essere garantia: il diritto alla vita prima del diritto al lavoro…

di Deorah Villarboito

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