Il libro della settimana: “Non passa lo straniero?”

Maurizio Ambrosini è docente di Sociologia delle Migrazioni nella Facoltà di Scienze Politiche, Economiche e Sociali dell’Università degli Studi di Milano. Insegna anche all’Università di Nizza ed è responsabile scientifico del Centro studi Medì-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova, dove dirige la rivista «Mondi migranti», nonché la Scuola estiva di Sociologia delle Migrazioni.
Cittadella Editrice è nota per il suo impegno nel promuovere il dialogo interculturale, ecumenico e religioso, attraverso pubblicazioni sui problemi fondamentali della vita e della storia.

Ho conosciuto Ambrosini con questo libro “Non passa lo straniero”, un titolo che rievoca il passato, quel passato che non sembra abbia insegnato molto al mondo.
“Non passa lo straniero”, senza punto interrogativo, come invece il titolo di Ambrosini, è il primo verso della “Canzone del Piave” scritta nel 1915 da un compositore napoletano di grande successo, Ermete Giovanni Gaeta, per dare morale all’esercito italiano che aveva dichiarato guerra all’impero austro-ungarico e si preparava a conquistare il Piave, punto strategico per impossessarsi, poi, del friuli venezia-giulia e del trentino alto-adige. E’ stato l’inno nazionale italiano, provvisoriamente scelto dal governo italiano fino al ’46, prima dell’attuale inno di Mameli, preferito in seguito dall’allora Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Negli ultimi anni è ritornato in auge grazie ad Umberto Bossi, ex segretario della Lega Nord, per ribadire le prese di posizione del suo partito populista contro i migranti economici che si riversavano in italia in cerca di una nuova vita, dai meridionali italiani, agli albanesi degli anni novanta, ai magrebini del 2000. Singolare il significato attribuito sia dall’allora monarchia che dalla Lega Nord, rispetto a quello reale: un’invasione dell’esercito italiano, la sua ritirata (disfatta di Caporetto) sino alla devastante guerra di trincea e alla finale vittoria con la conquista dei nuovi territori, sbandierata come resistenza e forza dell’esercito italiano contro gli invasori (ma in realtà gli invasori eravamo noi).
“Non passa lo straniero?” inizia quindi già dal titolo con un dubbio iniziale: è proprio così?, stiamo davvero parlando di invasione?, chi sono questi stranieri, davvero vengono tutti in Italia?, cosa cercano nel nostro paese in piena crisi? e come ci stiamo preparando come sistema paese, come Europa, come occidente, a questa “invasione”?.
Il libro parla nello specifico di politiche migratorie, di accoglienza e respingimento di richiedenti asilo e rifugiati politici, descrive le diverse forme di cittadinanza tra aperture e chiusure rispetto alla sua accessibilità nei vari paesi europei, una cittadinanza usata come bandiera della sovranità nazionale, usata come identità di un popolo verso lo “straniero” che ha cultura, usi, costumi, lingua e religione diversa. Un libro che attraverso i dati empirici, tabelle esplicative e la sua intelligente osservazione, ci descrive la realtà inserendosi nelle diverse voci che animano la scena politica, dai governi, ai parlamenti che minacciano chiusure di frontiere, alle pratiche dal basso che invece promuovono l’inclusione: “In realtà, se lo vogliamo, sappiamo essere migliori delle nostre paure”.
Ottimi poi gli spunti in chiusura su un doveroso ripensamento del tema immigrazione da parte degli stati membri : si suggerisce per esempio un rafforzamento delle misure di insediamento dei rifugiati che una volta protetti provvisoriamente dovrebbero poter vedere in tempi brevi accolte le domande nei paesi più sviluppati ( e senza i pericoli delle traversate) e una legge organica sull’asilo (specialmete in Italia) perché nella situazione attuale, una volta salvati dal mare e distribuiti sul territorio, i rifugiati sono abbandonati a se stessi. Non vi sono molti progetti di formazione, avviamento al lavoro e integrazione nella società locale.
Altro spunto interessante il tema della cittadinanza considerata or ora il confine interno tra “noi” e “loro” e sulle politiche di inclusione sociale accettata da un punto di vista economico ma non ancora da un punto di vista politico/culturale. In chiusura vi scrivo un’altra delle frasi che mi hanno fatto pensare e ripensare al rapporto con la nostra storia, alla nostra esperienza sia di emigrati sia di vittime di immigrazione: “Se si vuole sperare di contenere l’immigrazione irregolare, di norma bisogna aumentare quella regolare”.
Un libro da leggere e consigliato non solo agli addetti ai lavori.

di Antonio Del Gaudio

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