La salute dei migranti è un patrimonio da tutelare a beneficio di tutti

La questione della tutela della salute della popolazione immigrata sta assumendo un crescente rilievo a diversi livelli.
Il primo è indubbiamente quello politico: gli immigrati sono spesso percepiti e presentati come responsabili di un indebito ricorso alle cure del sistema sanitario italiano, finanziato dalle tasse dei cittadini-contribuenti, di un sovrautilizzo di servizi come il pronto soccorso, persino di ingressi strategicamente finalizzati ad accedere a cure mediche sofisticate e costose. Nel mondo anglosassone si usa l’espressione welfare shopping per esprimere questi timori. Gli studi sull’argomento sono invece pressoché concordi nel sostenere che gli immigrati, in quanto giovani adulti in gran parte inseriti nel sistema economico (2,4 milioni di occupati regolari) versano allo Stato in termini di tasse e contributi più di quanto ricevono in termini di servizi. Nel caso delle cure, il loro ruolo presso le famiglie e gli anziani fragili rappresenta un complemento da tempo indispensabile del welfare pubblico (circa 800.000 iscritti all’INPS come collaboratori o assistenti familiari).
Il secondo livello di analisi è quello socio-culturale, e si riferisce alla paura ricorrente, forse ancestrale, delle malattie importate da stranieri (poveri) e vagabondi. Dagli untori seicenteschi immortalati da Manzoni, ai controlli sanitari imposti ai neo-arrivati negli Stati Uniti all’epoca della grande immigrazione europea, la storia dei pregiudizi e delle chiusure verso l’immigrazione giustificate da ragioni igienico-sanitarie è lunga e tenace. Non c’è notizia di vere o più spesso presunte epidemie in arrivo, dalla SARS a Ebola, che non sollevi la richiesta di chiusura delle frontiere verso rifugiati e immigrati dal Sud del mondo. Anche in occasione degli sbarchi dal mare degli ultimi anni non sono mancate le voci allarmate circa l’importazione di malattie e i presunti contagi tra le forze dell’ordine addette ai controlli.
Gli studi epidemiologici ci fanno invece scoprire che i migranti (molti di più degli sbarcati e dei richiedenti asilo) arrivano fondamentalmente sani, selezionati alla partenza: le famiglie che investono su di loro puntano su persone giovani, robuste e produttive. Semmai il patrimonio rappresentato dalla buona salute degli immigrati si deteriora nel tempo, a causa dei lavori usuranti a cui si sottopongono, delle precarie condizioni di vita, della lontananza dagli affetti e dalle reti di prossimità. Il migrante sano rischia di diventare un migrante esausto. La salute dei migranti è dunque un patrimonio che va accolto e tutelato, a beneficio di tutti.

 

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