Migranti da Nord a Sud: dalla valigia di cartone alla laurea in tasca

Migranti da Nord a Sud: dalla valigia di cartone alla laurea in tasca

3 Maggio 2018 0 Di il cosmo

In 20 anni, 200 mila laureati al Sud si sono spostati al Nord per cercare lavoro. Se negli anni ‘60 erano in particolare gli operai a fare questo percorso, con la Fiat e le grandi fabbriche del Settentrione in piena salute e pronte ad assumere, oggi si può parlare di migrazione intellettuale. Oggi, nella maggior parte dei casi, chi si sposta ha una laurea fresca fresca, che non vuole mettere nel cassetto. In particolare, tra i 24 e i 35 anni, si prende treno o aereo per cercare lavoro a Milano, Torino o Genova.

La regione da cui si fugge di più? La Basilicata. Il luogo in cui fermarsi? Da Roma in su, quasi tutto va bene. La ‘Rivista economica del Mezzogiorno’ di Riccardo Padovani, edita da Svimez, nello scorso mese di febbraio ha fornito un chiaro identikit di chi è il nuovo migrante italiano. Nel 1980, il 5% dei meridionali partiva alla volta del Nord con la laurea in tasca, dal 2015 in poi questa percentuale è andata salendo, fino al 25%, vale a dire uno ogni quattro.

Dal 2016, poi, ai neolaureati si è aggiunta un’altra ondata di migranti: coloro che ancora studiano e che decidono di concludere il loro ciclo di studi in una scuola del Nord. Dalla Campania va via il 23% degli allievi magistrali, dalla Sicilia il 43%, dalla Puglia il 51%, dalla Basilicata siamo all’83%.

C’è anche chi non molla e decide di restare nel Mezzogiorno. Nell’85% dei casi, viene etichettato come primo di ambizioni, di determinazione e di volontà. Eppure, anche se lentamente, qualcosa pare stia cambiando nel mondo del lavoro, al Sud. Nel 2016, alla fine della recessione, per il secondo anno consecutivo ci sono stati segnali di crescita: +7% per l’industria manifatturiera (3% la media nazionale). Ottime pure le esportazioni nel biennio 2015/2016.

Tutto bene, dunque? Assolutamente no, la forbice con il resto d’Italia resta alta. Il tasso di occupazione, nel Meridione, è il più basso di tutta Europa (35%), anche se nei primi otto mesi del 2017 sono stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito di ‘Occupazione Sud’. La Svimez, però, fa sapere anche che la ripresa delle migrazioni da Sud a Nord è stata causata dalla ripresa delle attività produttive del Centro-Nord. Ecco perché nel 2016 sono state 208 mila le persone che si sono spostate, pari al 9,3% del totale dei pendolari, a fronte di un 6,3% di media del Centro-Nord.

L’incidenza sul totale degli occupati di coloro che lavorano fuori dalla circoscrizione di residenza è diversa tra le regioni del Mezzogiorno. In Abruzzo siamo al 4,8%, in Campania e Calabria al 3,2%, in Molise al 3,1%, in Sicilia al 2,5%, in Basilicata al 2,4%, in Puglia all’1,4%, in Sardegna allo 0,8%. Nel 2016, rispetto al 2015, gli occupati residenti nel Mezzogiorno con un posto di lavoro al Centro-Nord (o all’estero) sono aumentati di 25 mila unità, pari al +19,1%.

Dagli anni ‘60, in poi, dunque – nonostante qualche anno in cui ci si è fermati di più al Sud – il flusso migratorio unidirezionale è stato così forte che oggi si calcola che il 10% delle famiglie residenti al Centro-Nord abbia un capofamiglia nato al Sud. Qui, invece, troviamo appena l’1% dei capifamiglia provenienti dal Nord.