Morti bianche: 13 mila motivi per riflettere

Morti bianche: 13 mila motivi per riflettere

3 Maggio 2018 0 Di il cosmo

Si può morire di lavoro? Ogni “mestiere” ha le sue difficoltà e i suoi pericoli, le sue malattie e le sue regole non rispettate. Si può veramente risparmiare sulla sicurezza a discapito della vita? Quanto la distrazione o la leggerezza del lavoratore possono essere pericolose, se non letali? Certo, a volte si può parlare di sfortunati eventi, caso, destino…anche se spesso e volentieri pilotato dalla negligenza umana. Le morti e gli infortuni gravi sul lavoro sono in aumento. Già nel 2017 un allarmante +1,1% sta per essere sostituito dal record nefasto del 2018. Dopo dieci anni di lenta ma incoraggiante diminuzione (anche se si devono contare 13 mila vittime), ecco che la parabola torna a salire, complice anche la timida ripresa economica.

I NUMERI
Nel 2017, come ci indica l’Inail, ci sono stati più di tre incidenti al giorno, per un totale di 1.115, un aumento del 1,1 per cento rispetto al 2016. Significa che l’anno scorso sono morte sul lavoro 11 persone in più rispetto al 2016. L’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro, nato nel 2008 dopo la strage alla Thyssenkrupp di Torino e dedicato ai 7 lavoratori morti in quell’occasione, monitora in tempo reale l’andamento degli infortuni diventando così in dieci anni di attività un’istituzione e punto di riferimento. Secondo l’Osservatorio, nel 2017 sarebbero stati 632 decessi, quindi lo scorso anno in dodici mesi sarebbero morte sul lavoro poco più del doppio delle persone che quest’anno sono rimaste uccise in meno di quattro mesi. I numeri sono un bollettino di guerra: 221 morti dall’inizio dell’anno sui luoghi di lavoro 450 con le morti sulle strade nel tragitto verso l’impiego, contro i 198 registrati il 30 aprile di un anno fa. Se da un lato il Primo maggio di quest’anno era da festeggiare per la lenta ma incoraggiante ripresa economica e le nuove possibilità lavorative date dal reinventarsi delle persone che non si arrendono, dall’altro sarebbe stato opportuna, ma nemmeno sufficiente, un’intera settimana a lutto, perchè di lavoro non si dovrebbe morire. Dove si muore? Nei luoghi dove i controlli sulla sicurezza son più facili da raggirare e normalmente è richiesto un margine di pericolo. C’è stato un incredibile aumento del 22% nel settore edilizio rispetto ai primi quattro mesi del 2017. Per l’Osservatorio Indipendente sono 1380 le vittime 2018, poiché nel conteggio ci sono anche 139 agricoltori schiacciati dal trattore che non sono stati conteggiati dall’INAIL, che ne conta “solo” 1029, più altri lavoratori che non appaiono tra le denunce dell’Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro. In queste statistiche è stata evidenziata anche la tendenza delle morti “plurime”, già in aumento dal 2017 e finite nelle pagine, mai troppo prime, dei quotidiani nelle ultime settimane. La regione che detiene il triste primato è il Veneto con 20 morti, seguito da Lombardia e Piemonte, mentre è Milano, con 8 decessi la provincia con più morti sul lavoro, seguono poi due province venete, Treviso e Verona con 7 morti.

LE CAUSE

Ma quali sono le cause della crescita delle Morti Bianche? Innanzitutto la ripresa economica: più lavoratori, più incidenti causati dall’assunzione di personale non sufficientemente preparato, obsolescenza dei macchinari, non sostituiti con quelli più nuovi e sicuri provenendo da un periodo di “vacche magre”. Anche il precariato avrebbe le sue colpe: giovani poco formati sui quali nessuno vuole investire in formazione e specialmente quella sulla sicurezza. Non bisogna dimenticare anche gli elefanti nascosti dietro alle dita tricolore. I problemi dell’economia all’italiana, come la diffusione delle piccole e medie aziende, dove secondo l’Inail si verificano l’83% degli incidenti, in cui l’investimento sulla sicurezza di solito è molto inferiore rispetto alle grandi società, una burocrazia sulla sicurezza monumentale e lenta, che spesso porta alla produzione di decine di moduli e certificazioni che fanno poco in concreto per prevenire gli incidenti, poi la diminuzione del personale addetto alla vigilanza sulla sicurezza che ha subìto i tagli degli ultimi anni, finendo complessivamente dimezzato in dieci anni e portando all’esito di 4,4 milioni di imprese italiane che devono essere vigilate da appena 3.500 ispettori.

IL CONFRONTO CON L’ESTERO

È difficile stabilire un confronto con i Paesi esteri per via della diversa concezione di “incidente sul lavoro” e inoltre Inail e Eurostat forniscono i dati di confronto per i 28 Paesi dell’Unione europea aggiornati solo fino al 2014. Anche le differenze di economia sono discriminanti, come l’utilizzo più o meno sviluppato di industrie pesanti o edilizia o di lavori a basso rischio come il turismo. Per questo Eurostat, l’agenzia di statistica europea, utilizza nei suoi confronti un dato particolare: il tasso di incidenti e di incidenti mortali “normalizzato”, quello cioè in cui viene conteggiato il peso delle diverse tipologie di attività economiche, in modo da ottenere numeri il più possibile comparabili tra loro. Ecco allora che emerge che il tasso normalizzato di infortuni in Italia è più basso di quello di Francia, Spagna e Germania e in linea con quello dell’Unione Europea, che in questo caso sono comunque numeri vecchi del 2014. Anche il tasso di incidenti mortali è in linea con la media europea e inferiore a quello di Francia e Spagna, ma superiore a quello della Germania. Possono sembrare dati incoraggianti, ma hanno anche una seconda lettura e cioè che in materia di incidenti e sicurezza sul lavoro circa metà dei paesi europei continua a fare meglio dell’Italia. Quindi, in tutta l’Unione europea nel 2014 sarebbero avvenuti 3.739 incidenti mortali sul lavoro e altri 3 milioni e 176 mila meno gravi. L’Italia risulta oltre la media delle altre nazioni europee come numero di incidenti (quell’anno le persone morte erano state 522) rispetto alle persone occupate. Il tasso di incidenti mortali per tutta la Ue era di poco inferiore a 2 morti ogni 100 mila persone che lavorano, mentre in Italia era di poco superiore a 2. Ci sono Paesi che hanno tassi di infortuni mortali bassissimi: in Olanda, Grecia, Finlandia, Gran Bretagna e Svezia sono inferiori a uno. E ci sono Paesi che hanno tassi molto più alti della media: in Romania è addirittura superiore a 5, in Lituania, Lettonia e Bulgaria nel 2014 aveva superato i 4 morti ogni 100 mila lavoratori, in Protogallo, Slovenia e Austria i 3. Negli Stati Uniti invece, i morti sul lavoro sono stati 5.190 nel 2016, con un tasso di 3,4 lavoratori uccisi ogni 100.000, molto al di sopra della media europea del 2014. Anche i confronti a livello mondiale sono molto scarsi. L’ultimo rapporto è probabilmente quello pubblicato nel 2017 dall’Istituto per la sicurezza e la salute sui luoghi di lavoro di Singapore e del Ministero per gli affari sociali della Finlandia. Secondo questo studio il tasso di incidenti mortali sarebbe molto più basso nei Paesi più ricchi rispetto a quelli meno ricchi in tutti i settori economici. A livello dell’intero mondo la stima è che nel 2014 siano rimaste uccise sul luogo di lavoro 380.500 persone mentre un numero tra 270 e 470 milioni avrebbero subito un infortunio. Il tasso di incidenti mortali a livello planetario sarebbe superiore a 11 morti ogni 100.000 abitanti, con grandi differenze da una regione all’altra. L’Europa intesa come continente sarebbe quello più sicuro, con un tasso stimato in poco più di 3. In America il tasso sale a oltre 5 persone uccise ogni 100 mila lavoratori, che diventano 5,5 in Oceania, appena meno di 13 in Asia e 17,4 in Africa.

NON SOLO INCIDENTI

Certo è che di lavoro si muore. Si muore cadendo da un ponteggio o schiacciati da un crollo. In un’esplosione o annegati e avvelenati nelle cisterne. I più “fortunati” rimangono mutilati con disabilità gravi. Se da un lato gli incidenti fanno più rumore per la cronaca, non bisogna dimenticarsi anche di tutte le morti che il lavoro provoca a distanza di anni. Norme sulle sicurezza che non vengono applicate vuoi per colpa dei datori di lavoro vuoi per pigrizia dei lavoratori stessi a distanza di anni possono portare all’insorgenza di malattie professionali legate all’esposizione prolungata a sostanze chimiche, allo stress, a condizioni di lavoro non idonee. Secondo l’Inail solo nel periodo gennaio-febbraio 2017 si sono avute 9.010 denunce di malattie professionali, con una diminuzione (-3,9%) rispetto al periodo gennaio-febbraio 2016. La distinzione per genere mostra diminuzione sia per maschi (-2,3%) che per le femmine (-8,2%). L’analisi territoriale evidenzia forte controtendenza in Veneto (+22,9%), Lombardia (+17,5%), Lazio (+14%), Umbria (+10,4%) e Toscana (+10%). Hanno più alta numerosità le malattie del sistema osteomuscolare e del tessuto connettivo (4.008 con una diminuzione del 4,3%), le malattie del sistema nervoso (771 in diminuzione del 6,1%), le malattie dell’orecchio e dell’apofisi mastoide (507 in decrescita del 16,6%), le malattie del sistema respiratorio (307 in calo del 20,3%), i tumori (295 in diminuzione dello 0,7%).

Il lavoro è un diritto, ma il diritto fondamentale è quello di poterlo svolgere in sicurezza, perchè il sostentamento proprio e della famiglia, la passione e gli altri motori che ci spingono a recarci presso di esso non possono valere la vita. Per le vittime che ci lasciano la pelle, per le famiglie che ricevono le telefonate che bloccano l’esistenza, per le statistiche allarmanti, lo Stato, i datori di lavoro, i lavoratori stessi hanno 13 mila motivi e più per riflettere.