Donne lavoratrici: Italia indietro rispetto all’Europa

Donne lavoratrici: Italia indietro rispetto all’Europa

10 Maggio 2018 0 Di il cosmo

In Italia il numero di donne presenti nel mondo del lavoro è inferiore rispetto a quello registrato nella maggior parte dei Paesi europei. Solo il 49% circa delle donne in Italia lavora, mentre in altri Stati europei la percentuale si alza a più del 60%. Addirittura nel sud Italia il dato risulta allarmante: esclusivamente il 29% della popolazione femminile lavora.
Occorre sin da subito precisare che con “donne lavoratrici” si intende quella parte di donne che svolgono sulla base di un regolare contratto un’attività lavorativa “fuori casa”. Di conseguenza nella categoria delle donne “non lavoratrici” secondo i dati riportati rientrano sia le donne che svolgono quotidianamente lavori domestici che quelle donne che, seppur lavorando “fuori casa”, non risultano contrattualizzate.
Chiarito detto aspetto di natura terminologica, bisogna chiedersi dunque quali siano le cause della situazione attuale.
Esistono numerosi fattori che disincentivano le donne a lavorare o a farlo nei tempi e nei modi che desidererebbero. Spesso lavorare significa rinunciare a crescere i propri figli a causa della rigida mentalità di molti datori di lavoro che si oppongono a forme flessibili di lavoro. Di conseguenza le donne lavoratrici con bambini piccoli sono costrette a chiedere (nel caso in cui ciò sia possibile) un lavoro a tempo parziale o addirittura ad abbandonare il loro lavoro. La scelta di rinunciare a lavorare spesse volte dipende inoltre dall’elevatissimo costo degli asili a cui affidare i propri figli. Gli stipendi di molte donne infatti non sono sufficienti a coprire i costi di tali servizi, soprattutto quando le rette da dover pagare sono più di una perché si hanno più figli. A ciò va aggiunta poi la mole di lavori domestici che le donne che scelgono di crearsi una famiglia (fortunatamente meno rispetto al passato) svolgono quotidianamente in aggiunta rispetto al lavoro “fuori casa”. Si consideri poi che in molti casi le donne che lavorano e scelgono di avere dei figli perdono involontariamente il posto di lavoro proprio per aver compiuto tale scelta attraverso variegate escamotage architettate dai datori di lavoro. Infine sono ancora pochi i padri che usufruiscono dei permessi retribuiti per i figli o del congedo di paternità, indirettamente inducendo le donne a non lavorare per seguirli.
Nei Paesi in cui il numero di donne che lavora “fuori casa” è più elevato molti dei fattori disincentivanti di cui si è accennato non sono (o non sono più) presenti. Invero la presenza di veri e propri asili aziendali o aziende che contribuiscono al pagamento degli asili o addirittura in alcuni casi la possibilità di portare al lavoro i propri figli o lavorare da casa evita che giovani mamme rinuncino alla famiglia per lavorare o viceversa. A ciò si aggiunga la promozione della “condivisione delle responsabilità parentali”: alcuni Paesi (es. Germania o Portogallo) sono previsti incentivi se i padri usufruiscono del congedo di paternità o addirittura tale congedo è reso obbligatorio. Altro elemento essenziale è l’attenzione che in molti Stati si ripone nelle misure volte al reinserimento lavorativo delle donne a seguito del congedo di maternità, soprattuto nei settori sottoposti a costanti evoluzioni.
In conclusione, per aumentare il numero di donne nel mondo del lavoro occorre un vero e proprio mutamento di mentalità che si auspica possa verificarsi a breve anche nel nostro ordinamento, soprattutto se si considera che molti studi hanno dimostrato che a numeri elevati di donne lavoratrici corrisponde anche una maggiore crescita del Pil.

di Giulia Candelone