Migranti: perchè è importante preservare la loro salute

Le politiche migratorie volte a ribadire l’importanza dei confini e la sovranità nazionale si scontrano pressoché ogni giorno con il riconoscimento internazionale dei diritti umani universali. La salute è un terreno cruciale di questo confronto, quando si tratta di fornire cure a richiedenti asilo, rifugiati, immigrati in condizione incerta o irregolare. La fragilità della condizione umana sfida la definizione politica di chi è titolato a ricevere cure da parte di uno Stato nazionale. Chiudere le porte completamente a questi bisogni non è ritenuto possibile, almeno finora, per uno Stato democratico, integrato in una comunità internazionale che inalbera la tutela dei diritti umani tra i suoi principi. Caricare i costi sui beneficiari è quasi sempre irrealistico, né hanno miglior fortuna le richieste ai paesi di origine. Le soluzioni adottate spaziano dalla limitazione dell’accesso alle cure mediche “urgenti e necessarie”, a un ampio accesso alla sanità pubblica (il caso più noto è quello della Spagna fino alle restrizioni intervenute sull’onda della crisi economica e del cambio di governo), a varie combinazioni tra intervento delle autorità locali e mobilitazione di risorse volontarie, come in diverse città e Stati degli Stati Uniti. In molte città italiane, oltre alle cure urgenti garantite in ogni caso dagli ospedali, una rete di ambulatori in cui prestano servizio medici volontari assicura la sanità di base per molti immigrati che per varie ragioni non riescono ad accedere alla sanità pubblica.
Un altro importante fronte di tutela del diritto alla salute per gli immigrati si colloca poi nell’ambito antropologico e culturale. Qui entrano in gioco le problematiche della concezione del corpo e della malattia, del rapporto tra psiche e salute, della nascita, della maternità, della morte. Pratiche alimentari, visioni e relazioni di genere, concezioni dell’intimità diventano luoghi sensibili, in cui tensioni e negoziazioni attraversano l’esperienza della cura. Lo scambio comunicativo e la mutua comprensione, mai scontati nei rapporti tra il sistema sanitario e i suoi pazienti, acquistano una priorità forse inedita.
Aspetti collegati si riferiscono al ruolo rispettivo dei professionisti delle cure e dei familiari nei confronti della persona malata o bisognosa di assistenza. Le differenti concezioni culturali di queste dimensioni cruciali dell’esperienza umana entrano in rapporto con un sistema sanitario pensato secondo criteri razionali e occidentali. La necessità di prendere in carico pazienti di provenienza e religione diversa interroga i modelli organizzativi e le pratiche professionali del sistema sanitario, e segnatamente di strutture complesse e sottoposte a regolamentazioni precise come gli ospedali.
Tutto questo si traduce in esigenze di flessibilità, adattamento e mediazione da parte delle istituzioni sanitarie, di informazione, accompagnamento e rassicurazione sul versante dei beneficiari. Qui subentra un’esigenza ancora soddisfatta in modo disuguale nelle strutture sanitarie: quella dell’elaborazione, validazione e divulgazione di codici di comportamento, raccomandazioni, indicazioni operative per la presa in carico delle diversità culturali nell’ambito sanitario. Si tratta di un passaggio raccomandabile per rendere più efficace la cura della salute per chi viene da lontano.

di Maurizio Ambrosini

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