La storia di Francesca: pensavo di non avere un cuore

«Sono Francesca Cuzzetto, studentessa universitaria: e ho una storia, anche io, come tanti, da raccontare. Anzi, come tutti, del resto»Francesca non si sente speciale, benché lo sia, e questa frase con cui si presenta descrive bene il modo in cui si sente: perché se è vero che di una persona vediamo brillare la luce da lontano, è quasi impossibile che quella persona riconosca in sé quella luce. Anzi, le persone che splendono di più sono quelle che, in genere, temono di essere spente. «Mi fa sorridere provare a raccontare la mia storia in una rubrica che si chiama proprio “Mai contro cuore”, perché io ho sempre detto di non avercelo neppure un cuore. Ho vissuto fin da piccola guidata dalla testa: “questo si fa” “questo no”. Non si tratta di buona educazione o di rispetto delle regole, è qualcosa che va oltre, di profondamente radicato in me che io chiamo “Super Io dittatore”. Perché scrivo allora? Con questa lettera sto cercando di dire un piccolo “Si” alla vita e alle sue incredibili possibilità e questo per me è un grande traguardo».

È una lotta con se stessa, quella di Francesca. Quella che rappresenta un po’ la lotta interna che vive in ognuno di noi, ogni volta che ci sentiamo sul ring e osserviamo chi vincerà lo scontro. Il cuore o la testa? La razionalità o l’impulso? Non ha nulla a che vedere il mondo circostante, come giustamente sottolineato da Francesca. È tutto interno a noi.

«Eccomi qui allora, a parlare della mia vita, una vita… ifame. Sono in carrozzina da sempre questo per me è semplicemente il mio modo di vivere, oggi come oggi non sarà certo una disabilità motoria a chiuderci in casa. Posso dire che non mi manca nulla, che vivo intensamente, ho fatto le classiche leggerezze che fanno gli adolescenti, ho imparato a selezionare le persone che meritano di starmi accanto, ho imparato a dire “no” , quando qualcosa o qualcuno non mi va, ma al momento di dire “Si”, quei si veri, forti sentiti, che cambiano, la vita io… corro, si corro veloce più forte di Usain Bolt. Dove vado? È qui che arriva il bello».

La risposta al “Dove vado?” di Francesca, dopo averla immaginata libera e spensierata nella crescita da bambina ad adolescente, è un pugno diretto nello stomaco. Di quelli che fanno male ancora prima di riceverli, solo a immaginarli. «Vado dove nessuno mi può raggiungere – dice Francesca -, dove neppure io stessa mi ritrovo: sparisco nella mia anoressia».

Francesca soffre di anoressia dall’età di 14 anni e oggi ne ha 24: «Nessuno voleva crederci all’inizio, io per prima ovviamente, perché per me le ragazze anoressiche erano fissate, viziate e stupide. “Nessuno butterebbe la propria vita così” pensavo. Io, poi, che ho dovuto sudarmela appena nata questa vita perché nessuno credeva che sarei sopravvissuta: un affarino di 5 mesi e mezzo e di 9 etti, con i polmoni così piccoli e continue crisi d’asma che mi costringevano a correre in ospedale.

Ripensando alla mia infanzia, mi viene in mente il mio difficile rapporto con il cibo, dovuto alla gastrostomia, con cui sono stata alimentata artificialmente fino all’età di 5 anni: “portatrice a vita”, mi avevano detto, ma per fortuna la caparbietà di mia madre e la mia resistenza, mi hanno permesso negli anni di mangiare da sola. Ho sempre usato il cibo come un ricatto da allora, ricordo quando mi spalmavo il cibo addosso e dicevo “No”, a qualsiasi cosa mi venisse proposta. Ricordo il pessimo rapporto tra i miei genitori e mio padre, che non sapendo usare le parole agiva, diciamo così “diversamente”. Ricordo i miei tentativi vani di mettere la pace, di fermarlo, i miei “No” di bambina che non fermano il mondo, ma io questo non lo sapevo, mi hanno sempre detto che ero una bambina forte e avrei potuto superare ogni ostacolo. Eppure bisogna insegnarglielo ai bambini che siamo umani, che se qualcosa non va come avremmo desiderato è perché ci sono cose che non possiamo controllare, ma che si va avanti comunque, senza arrendersi. Dopo alcuni brutti episodi accaduti alla scuola materna, alle scuole elementari ho vissuto anni bellissimi circondata dai miei compagni, che erano li, anche se io tendevo un po’ ad isolarmi e a mettere alla prova tutti quelli che avevo intorno. Con loro ho vissuto uno dei periodi più belli della mia vita: che si trattasse di giocare a nascondino o arrampicarsi da qualche parte, mi portavano ovunque. Avevano imparato a ridere di me insieme a me e da lì ho iniziato a sviluppare l’autoironia per cui mi so distinguermi».

Passano gli anni e per Francesca le cose sembravano andare meglio: «Per certi versi si può dire che stavamo finalmente bene, i miei genitori si erano finalmente separati e… io non ho più avuto crisi d’asma. Sicuramente è un caso ma certe situazioni ti tolgono il respiro e, non c’è niente di bello in questo. Mia mamma si è rifatta una vita con un uomo che è un papà di cuore, ma non era ancora arrivato il lieto fine, semplicemente perché una fine non c’è. All’età di 14 anni, come ho accennato prima, mi sono ammalata di anoressia: è una malattia bastarda – dice Francesca – perché ti fa apparire tutto bello, ti fa sentire senza limiti, nonostante te ne imponga un’infinità. Apparentemente senza motivo nell’estate del 2008 ho iniziato a non mangiare. Non sapevo fosse una scelta cosciente la mia, non me ne rendevo conto perché faceva caldo e avevo poca fame. Ma anche quando avevo fame, il mio era un “no, grazie”. Sono sempre stata piuttosto magra, motivo per cui a gennaio del 2009, rifiutando completamente l’alimentazione e toccando i 20 kg per un metro e mezzo di altezza scarso, ho reso necessario il ricovero in neuropsichiatria infantile. Lamentavo mancanze che di fatto non sentivo, non mi importava niente. Sapevo solo che la strada era quella, ma non mi era chiaro dove mi stesse conducendo. L’eventualità di morire non la presi mai davvero in considerazione. Freddo, sentivo solo tanto, tantissimo freddo».

Delle persone determinate, viene fuori il carattere anche quando sfiora l’autolesionismo: «Non mi fermai neppure quando in un altro ospedale un anno dopo, vidi quelle che dovevano essere le mie compagne di malattia. Non mi rispecchiavo in loro. Ricordo che al momento della mia prima visita dissi alla dottoressa di muoversi, che io stavo bene, ma che li fuori, mentre loro perdevano tempo con me, c’era un gruppo di donne da aiutare, stavano morendo. Mi chiese “Lei lo sa che può morire?” Non ero pronta a rispondere a questa domanda e poi perché mi dava del lei? Non ero adulta e poi ero io a dover mettere le distanze, i confini. Ancora oggi sono io a doverlo fare, prima che lo facciano gli altri.

Mi ripresi a piccoli passi, e non perché avessi toccato il fondo o perché leggessi la paura negli occhi di chi mi circondava, ci fu un momento preciso e fu quando Federico, il mio fratellino di 5 anni mi disse “non mangi mai, perché vuoi andare in cielo? Non mi vuoi bene”. Fu uno shock, un dolore terribile, ma era la corda giusta. Mi ha salvato la vita – conclude Francesca – e lo fa ogni volta che ci ricado. Lo fa ogni volta che mi sembrano mancare le ragioni. Che poi, ragioniamoci… l’amore, infondo, non è che una cosa semplice». Ed è, probabilmente, l’unica cosa che ci salva. Da cosa? Anche dalla morte.

 

di Sabrina Falanga

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