Archigay Rainbow: pari diritti per pari uguaglianza

Un sostegno attivo, che sia pratico e concreto e non solo un astratto modo di dedicarsi all’altro. È questo lo sportello d’aiuto attivo grazie ad Arcigay “Rainbow” Valsesia, Vercelli e Biella, Associazione che, oltre ai diversi e numerosi progetti per i quali si impegna quotidianamente, ha dato vita a uno sportello rivolto (anche) ai migranti che necessitano un sostegno relativo al proprio orientamento sessuale. Di speciale, questo sportello, ha che per la prima volta in Italia vede l’impegno di un gruppo di attivisti africani che si occupano di fare formazione contro le discriminazioni all’interno dei centri di accoglienza per i loro connazionali.
«La maggior parte delle persone richiedenti asilo che seguiamo proviene da paesi dell’Africa, dove l’omosessualità è ancora ritenuta illegale – spiega Giulia Bodo, referente dell’Associazione -. Queste persone, quindi, vivono una difficoltà nella difficoltà: oltre alle questioni di natura legale e burocratica che devono affrontare per la loro condizione di immigrati in attesa di una regolare sistemazione, si ritrovano a non saper come gestire la loro personale sessualità a causa di paure e pregiudizi derivanti dai Paesi in cui sono cresciuti. È in questo senso che il nostro sportello, gestito proprio da persone loro connazionali, attraverso le quali quindi contribuire a creare una situazione di sintonia, fiducia e tranquillità, si rivela un sostegno pratico e utile».
Come giustamente sottolineato da Giulia, sono ancora tante le zone dell’Africa in cui l’omosessualità è illegale; in alcuni paesi, benché non ci siano leggi specificatamente contrarie, la condannano attraverso altre leggi; ci sono, poi, alcune regioni in cui vige ancora la pena di morte. In Angola, ad esempio, esistono leggi specifiche contro l’omosessualità e la pena sono i campi forzati; in Gambia, si possono passare fino a 14 anni in prigione; in Malawi sono previste punizioni corporali, così come in Nigeria dove si viene puniti a colpi di frustate e si rischia la morte per lapidazione: le aree legalmente governate dalla Sharia stabiliscono la condanna a morte per donne e uomini. Ogni gruppo o associazione di supporto, dialogo, pro-matrimonio riguardanti la società Lgbt (sigla usata per indicare persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender) rischiano il carcere fino a 4 anni.
«L’ambiente sociale dal quale provengono queste persone è talmente difficile, per quanto riguarda la possibilità di vivere il proprio orientamento sessuale, che è comprensibile arrivino con delle paure legate al pregiudizio ed eventualmente alle conseguenze. Parliamo di persone che rischiano di essere legalmente uccise perché gay e che credono che quello sia l’unico modo di guardare all’omosessualità. È necessario, quindi, metterle in una condizione di libertà e tranquillità di espressione che vada a migliorare la loro vita quotidiana».
L’inserimento di attivisti africani all’interno delle attività dello sportello gestito da Arcygay “Rainbow” è stato un’idea che ha riscosso un gran successo: «Siamo stati invitati a parlare sia in Parlamento – racconta Giulia – per la stesura di una legge in materia sia al congresso nazionale di Certi Diritti a cui ha preso parte anche Emma Bonino. I ragazzi sono stati seguiti da tre tesisti, da due fotografi e una scrittrice, intervistati da Radio Radicale e sono stati protagonisti del videoclip musicale di una band italiana, gli Oslavia, e di una cantante italonigeriana, Miss Humanroot. In più sono stati selezionati per un progetto europeo di ricerca portato avanti dall’Università del Sussex, hanno fatto formazione in centri di accoglienza nel torinese, nel novarese e nell’alessandrino. Non è solo uno sportello: è un vero e proprio movimento che colora l’intera Nazione: ci stanno contattando da diversi paesi del mondo. È un progetto del quale andare veramente fieri».

 

di Aessandro Pignatelli

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