Quartieri ghetto: quando le istituzioni non fanno nulla

Uno dei grandi problemi delle società multietniche è la formazione di quartieri ad alta densità di popolazioni immigrate, quelli che normalmente vengono definiti quartieri-ghetto o banlieues, alla francese. Da quartieri come quello di Moleenbek a Bruxelles sono partiti alcuni degli attentatori che hanno colpito in Europa, altri sono stati intercettati a Saint Denis, sobborgo a Nord di Parigi. Politici e opinionisti hanno individuato un legame tra multiculturalismo, formazione di comunità immigrate chiuse e separate dal resto della società, radicalizzazione, violenza terrorista.
L’addensamento di minoranze di origine immigrata in quartieri popolari, solitamente ma non necessariamente periferici, sempre però di bassa qualità costruttiva, deriva in gran parte da politiche pubbliche benintenzionate. In anni di sviluppo economico tumultuoso e di conseguente afflusso di lavoratori nazionali e stranieri, i governi di diversi paesi europei hanno finanziato la realizzazione di un parco di edilizia sociale destinato ad accoglierli, in quartieri di nuova costruzione ben distinti dalle zone residenziali di pregio. Solitamente la dotazione di servizi è rimasta al di sotto delle necessità, ma non si è sviluppato nessun particolare progetto di tipo multiculturalista, ossia teso a promuovere istituzioni autonome delle minoranze immigrate. Più semplicemente, gli abitanti dei quartieri popolari sono stati abbandonati a se stessi. I più brillanti e fortunati, soprattutto tra i nazionali, con il tempo sono riusciti a migliorare le loro condizioni e sono andati a vivere altrove. I più deboli sono rimasti lì. Con il tempo le fabbriche hanno chiuso, molti abitanti si sono ritrovati disoccupati di lunga durata e dipendenti dai sussidi pubblici, gli edifici e i servizi si sono degradati. Altre famiglie povere sono arrivate, perlopiù immigrate. I figli, benché diventati cittadini, spesso non sono riusciti a trovare una strada, né nel sistema educativo, né nel mercato del lavoro. I nazionali di solito imputano il visibile degrado dei quartieri alla crescente presenza di abitanti di origine immigrata, ma il rapporto causale è ancora una volta più complesso: il declino economico ed edilizio svuota i palazzi e fa scendere i prezzi, così le popolazioni a basso reddito e quelle seguite dai servizi sociali trovano casa proprio lì. In altri termini, il declino precede solitamente l’arrivo degli immigrati e lo favorisce. La concentrazione di popolazioni di origine immigrata non è la causa, ma la conseguenza della perdita di attrattiva di un quartiere.
Ora, per una parte di questi immigrati poveri ed esclusi dal sistema occupazionale, l’identità culturale e religiosa rimane l’unica risorsa accessibile. Possono rivendicarla, sentirsene orgogliosi, adottarla come spiegazione del loro confinamento ai margini della società. Questo avviene soprattutto quando gli immigrati sono degli estranei dal punto di vista religioso, e nessuna religione è sentita come più estranea all’Occidente dell’Islam. La diversità religiosa potenzia la contrapposizione noi/ loro.
Accanto a forme di islamismo moderato, impegnato in attività educative e nel sostegno ai bisognosi, predicatori radicali, a volte incendiari, spesso non riconosciuti, trovano in queste periferie sociali un terreno favorevole per conquistare seguaci. Da qui al terrorismo c’è ancora una notevole distanza, e infatti il travaso dalla militanza islamica radicale alla lotta violenta è tuttora molto minoritario. Ma altri fenomeni, come le periodiche rivolte urbane, trovano in questi processi una base sociale e culturale che li alimenta.
La chiusura sociale non è comunque soltanto un problema di certi quartieri ad alta concentrazione di popolazioni immigrate: le ricerche sul tema rivelano che ancora più chiusi sono i circoli delle élites economiche e sociali. Queste hanno rafforzato l’autosegregazione residenziale, in certi casi chiudendosi all’interno di gated communities, di sobborghi recintati e sorvegliati giorno e notte da guardie armate. Frequentano quasi soltanto persone degli stessi ambienti altolocati, si sposano fra loro, s’incrociano professionalmente in aziende e consigli di amministrazione.
Anche le ricerche sul “multiculturalismo quotidiano” dei quartieri multietnici individuano una maggiore resistenza all’incontro e alla mescolanza da parte delle classi più abbienti native che da parte degli immigrati di modeste condizioni sociali.

 

di Maurizio Ambrosini

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