Aldo Moro: 40 anni dopo per non dimenticare

«La verità è sempre illuminante».

Una frase pronunciata da Aldo Moro – politico ucciso il 9 maggio del ‘79 per mano delle Brigate Rosse – e riportata da Filippo Campisi, avvocato, una frase con cui si è aperto il convegno dedicato proprio alla figura di Moro e che si è tenuto a Vercelli venerdì 18 maggio, al Seminario. A moderare l’incontro è stata Michela Trada, giornalista, che ha saputo fluire tra un esperto e l’altro creando un filo conduttore tra gli argomenti, tale da lasciare sazio di informazioni il pubblico presente.
«La storia contemporanea viene studiata poco nelle scuole, non in maniera approfondita. Inoltre, i ragazzi hanno bene idea di chi siano i carnefici della storia ma non conoscono le vittime e le loro storie, le loro testimonianze, che andrebbero portate all’interno degli istituti scolastici perché anche quella sarebbe un’ora di lezione e forse molto più efficace – ha detto Gianni Oliva, autore del libro “Il Caso Moro”, sul quale si è basato il convegno -. Quello che più mi ha lasciato stupito nella reazione dei giovani è stata la loro incredulità di fronte all’intera Italia che si fermò quando Moro fu rapito: non riescono a capire come mai un politico possa essere così importante al punto da fermare un intero Paese. Quella concezione di politico non esiste più nelle loro menti: dopo Moro si è perso il significato morale della politica».
Un concetto, quest’ultimo, ripreso anche da Guido Bodrato, ex Ministro: «Forse dopo moro c’è stata proprio la fine della politica. Quello che mi dispiace constatare è che la tragedia è diventata una “fiction televisiva” e i giovani rischiano di conoscere la storia solo attraverso le riproduzioni cinematografiche basate su fatti realmente accaduti, sì, ma che in televisione vengono ovviamente romanzati. E che inevitabilmente influenzano la consapevolezza dei giovani. Per assurdo questo atteggiamento porta alla consolidazione dell’idolo nel personaggio negativo, quasi avesse più appeal. Non nell’eroe reale in quanto tale. Ma non è colpa del giovani – conclude Bodrato -: la verità, mi ripeto, è che con Moro è finita la politica in questo Paese, in cui non c’è più la capacità di dare al cittadino una prospettiva».
A proposito di studenti, al convegno tra i relatori era presente anche Tiziano Torresi, uno dei massimi studiosi ed esperti della figura di Aldo Moro e che alla domanda di Trada sul “perché studiare Aldo Moro?” ha risposto che «studiarlo significa liberarlo e liberare la sua memoria. Su quei 55 giorni in cui tennero rapito Aldo Moro esiste un’infinità di libri: non ce ne sono altrettanti sul periodo trascorso precedentemente. Ma soprattutto, intorno alla figura di Moro ruotano tanti luoghi comuni, che rischiano di far perdere la vera storia, per tutto il resto che è stata. Si ricorda la faccia di Moro solo nella foto con la bandiera delle Brigate Rosse; di Moro si ricordano modi di dire come “convergenze politiche” e “compromesso storico”. Di lui si parla per scatole chiuse. Ma Moro, oltre a non nominare nemmeno certi concetti, fu molto altro: studiare la sua persona, ciò che è stato per il suo presente e per il nostro, nonché per il futuro, significa liberarlo dai pregiudizi, dagli stereotipi. E ridargli finalmente il peso sociale e morale che ha avuto e che tuttora ha».

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