Depressione: comunicare per salvare

Com’è difficile passare dalla cronaca a ciò che sta celato dietro la cronaca. Sotto, forse. Sotto la coltre spessa del pregiudizio e del giudizio affrettato. Della finta consapevolezza che “no, a me non potrebbe accadere mai”.

Un uomo lancia la figlia, di soli dieci anni, dal ponte dell’autostrada dal quale, poco dopo, si butterà anche lui. Una dinamica di cui non è la prima volta che si sente raccontare. Una dinamica comune in quei genitori, o semplicemente in quelle persone, che soffrono di depressione e che oltre a voler salvare se stessi, attraverso il suicidio, vogliono salvare anche i figli o coloro che amano. «Salvare, sì. Perché la morte, in certi casi, sembra essere l’unica via di fuga da una vita troppo pesante da riuscire ancora a trasportare sulle spalle, come uno zaino ormai divenuto insostenibile. Che ti tira giù, fino a catapultarti a terra, schiacciandoti finché, a terra, non ci rimani perché senza forse per risalire. O, forse, senza più la voglia».

Mario R., psicologo e psicoterapeuta, spiega così la scelta di un individuo affetto dal più grande male di vivere del nostro secolo: la depressione,

«Non si può pretendere che la società abbia una coscienza collettiva tale da comprendere questa patologia. Semplicemente perché è comprensibile solo a chi l’ha vissuta o la vive. Fondamentalmente nemmeno noi professionisti possiamo capire davvero cosa provi un depresso, a meno che non siamo stati noi le prime vittime della malattia. A noi figure capaci di lavorare con la psiche umana sono stati semplicemente dati gli strumenti per aiutare l’individuo a capire se stesso e fornire lui degli stessi strumenti per guarire. È quindi utopistico pensare a una collettività capace di comprendere e non giudicare gesti di questo tipo, tenendo anche conto del fatto che le persone cercano di proteggersi allontanandosi moralmente da determinate cose, per evitare di pensare che potrebbero accadere anche a loro».

L’uomo, protagonista della vicenda di cronaca sopracitata, si è prodigato a chiedere “perdono a tutti” per gli atti commessi prima di suicidarsi: «Non è così strano. Nonostante la fermezza con cui si compiono determinati gesti estremi, rimane la consapevolezza di star facendo qualcosa di incomprensibile e giudicabile dall’altro. Non per altro è difficile convincere un depresso a parlare di come sta: giustificherà la sua difficoltà a raccontarsi dicendo che non sarebbe capito e che sarebbe giudicato negativamente. Da qui la necessità di chiedere perdono, quasi una richiesta di non essere, appunto, condannato dal giudizio universale della società».

Non è la prima volta che giornali e televisioni ci informano su fatti di questo tipo: questo porta a pensare che sia diventato un problema collettivo e non più solo dell’individuo. «La stessa possibile “soluzione”, capace magari di salvare anche una sola persona, è da ricercarsi nella comunicazione. Sarebbe utile stimolare la micro e la macrosocietà a cambiare sguardo verso le malattie psicologiche e psichiatriche, dalla depressione all’anoressia, dalla ludopatia alla tossicodipendenza. Resto fermo su quanto detto, che nessuno capirà mai cosa siano queste fragilità finché non le prova: dico, però, che andrebbe fatta una comunicazione più invasiva e più ripetuta, affinché l’esistenza di queste malattie sia accettata e considerata. Finché, invece, non se ne parlerà come si parla del cancro, verranno giudicate negativamente e le persone affette da tali patologie verranno, di conseguenza, tenute ai margini perché considerate “matte”. In questo modo non ci sarà mai la possibilità di salvare quante più persone possibili perché queste saranno sempre in difficoltà a chiedere aiuto e, soprattutto, saranno le prime a giudicare se stesse come estranee al mondo in cui vivono».

Rispondi